Gioghi Olimpici

 

9.3 miliardi di sterline (circa 12 miliardi di Euro) di denaro pubblico per vedere Usain Bolt che manda in pappa un altro cronometro non sono pochi. Di questi tempi poi. Ma non è questo il momento di recriminare: le Olimpiadi, l’evento commercial-mediatico più grande del mondo, cominciano oggi a Londra, unica città del mondo ad ospitarli una terza volta. Anche se la la G4s, la concessionaria privata della sicurezza, dopo essersi messa i milioni pubblici in tasca ha fatto un “errore di valutazione” per cui i reduci dall’Afghanistan si ritrovano a pattugliare le aiuole e le fioriere di Stratford. Anche se i tassisti sono inferociti per la corsia preferenziale riservata alle Bmw perfora-ozono ufficiali su cui viaggiano i VIP del comitato olimpico. Anche se i produttori di latte, strangolati dai bassi prezzi imposti dai supermarket, minacciano di rovinare la festa, o nonostante il personale del controllo passaporti degli aeroporti abbia deciso ieri di scioperare. Anche se, infine, il ministero dell’Interno Theresa May e quello della cultura Jeremy Hunt hanno fatto una figura pietosa in Parlamento e davanti a tutto i Paese.

Come rughe e imperfezioni trattate con Photoshop, oggi sparisce lo strascico di polemiche e fiaschi che ha accompagnato le ultime settimane prima dell’inaugurazione. Scioperi, inadempienze, accordi disattesi: tutto quello che non si è riuscito ad evitare in un’organizzazione fino a qualche settimana fa considerata modello (strutture bellissime e pronte in tempo, budget rispettato) scivolano nel grande maelstrom di spettacolo e adrenalina, fino alla chiusura. Lo sport? Sembra ridotto al rango di utile idiota, con il compito di tenere per due mesi gli occhi del mondo incollati sulla capitale britannica all’ombra dell’enorme ArcelorMittal Orbit, il babelico artiglio d’acciaio di Anish Kapoor e Cecil Balmond.

La ricaduta economica è oggetto di febbrile e preoccupato dibattito. La legacy, il lascito dei Giochi, è una nemesi che ancora assilla capitali olimpiche del passato, schiacciate dal peso economico di una manifestazione sproporzionata ai loro mezzi. Ma stavolta sarà diverso. Niente più cattedrali nel deserto che lasciano dietro di se una scia di trent’anni di debiti – come nel caso di Montreal, che ospitò i giochi nel 1976 – o che nel 2004 contriburono a spingere l’economia greca sull’oro dell’abisso: perlomeno così giurano alla Locog e all’Oda, le principali agenzie organizzative. Gli fanno eco maggioranza e opposizione in unisono: a cambiare è solo la retorica. Per il New Labour di Blair, che avanzò la candidatura di Londra nel 2004, i giochi dovevano essere “the people’s Games” (un tentativo di ripetere il colpo dell’ispirato neologismo “the people’s princess” per Diana Spencer), le Olimpiadi del popolo. Ma chi vive nell’East End si troverà a sostenere il peso di un apparato logistico immenso, aggiunto all’ordinario disagio del sopravvivere con pochi mezzi in una città normalmente costosa e caotica. “The people” rischia piuttosto di essere spinto ulteriormente ai margini, in un’improvvisa accelerazione del familiare processo di “gentrification”, l’imborghesimento che in passato ha trasformato zone come Islington (a Nord Est), Notting Hill (a Ovest) e Shoreditch (a Est) da zone di degrado a poli di attrazione per trenta/quarantenni che lavorano nei media, nell’università e nell’arte con il loro corollario di Starbucks e Fresh And Wild. Stratford e East Ham, zone dove chi scrive vive da anni, hanno letteralmente cambiato faccia. La landa desolata che era Stratford, in cui l’utopia dell’edilizia popolare degli anni Sessanta e Settanta non era riuscita a curare gli squarci delle bombe tedesche del blitz, è ora un patinato non-luogo, illuminato dalle insegne luminose dell’immenso Westfield Shopping Centre, che reclamizzano cose per comprare le quali ai residenti non rimarrebbe altro che indebitarsi. Certo, quando il circo si sposterà a Rio, nel 2016, rimarranno loro delle fantastiche strutture sportive e i benefici della più grande operazione di rigenerazione urbana mai osata in Europa. Sempre che possano ancora permettersi di abitare nella stessa zona, vista l’inevitabile impennata egli affitti.

I Tories di David Cameron, cui il termine “popolo” manda un brivido lungo la schiena, preferiscono insistere sulla loro ideologia, di mercato. I Giochi porteranno un indotto di 13 miliardi di sterline (circa 17 miliardi di Euro) tra commesse e turismo, che compenserà largamente l’immane sforzo economico. Per Cameron e il sindaco Boris Johnson i mantra sono “trasformare le Olimpiadi in Oro”, analogia che è tanto ottimista quanto pedestre, e “selling London”. Slogan, quest’ultimo, tutt’altro che nuovo. Vaste fette di città sono state, e continuano ad essere, acquisite a suon di capitali russi, arabi e indiani. Tanto per dirne una: lo Shard, il nuovo, controverso grattacielo di Renzo Piano che umilia gioiosamente il resto del paesaggio urbano di London Bridge, è stato realizzato grazie soprattutto a investimenti del Qatar. Ma i rallentamenti provocati dalla congestione del trasporto pubblico e della viabilità non potranno non ripercuotersi sull’economia della città, come per il recente Giubileo monarchico. I londinesi si trovano di fronte a due mesi di incubo quotidiano, con i tempi di percorrenza da casa a lavoro moltiplicati. Si scrive “Pianificate in anticipo”, ma si legge “alzatevi due ore prima ogni mattina”.

È una sana e spartana disciplina che non dispiacerebbe al barone De Coubertin, risuscitatore delle Olimpiadi e fervente ammiratore sia del cervello imperialista britannico che del muscolo militarista prussiano. L’apparato di questa XXX Olimpiade è una macchina da guerra e, nonostante la cerimonia d’apertura di oggi, diretta con taglio cinematografico da Danny Boyle (che è meglio ricordare per Trainspotting piuttosto che per Slumdog Millionaire) nemmeno troppo gioiosa. Lo spettacolo di Boyle cercherà di spiegare al miliardo di spettatori in diretta televisiva la dote tutta britannica dell’autoironia (è prevista una nuvola artificiale di pioggia sullo stadio nel caso, improbabile, che non piova). Anche se il vero scopo è quello di esorcizzare il retrogusto totalitario di simili cerimonie, soprattutto di quella dell’edizione scorsa a Pechino.

È un’edizione, questa londinese, comunque blindata e multinazionalizzata. La sicurezza vuole il parco olimpico protetto da una rete missilistica, ponti levatoi e telecamere che lo rendono un incrocio fra Guantanamo e il Panopticon di Jeremy Bentham. Il marketing impone alcune fra le più controverse e aggressive multinazionali tra i principali sponsor: McDonalds, Coca Cola, Visa, Panasonic, Dow Chemicals, Rio Tinto, Bp. Già, gli sponsor: fu proprio il Barone, vero thatcheriano ante litteram, il primo a gettare le basi della micidiale miscela di commercio e spettacolo che l’attuale Comitato Olimpico Internazionale, organismo globale esentasse con sede in Svizzera e status da ONG, ha graziosamente concesso a Londra sulle ali di una candidatura allora avanzata da Tony Blair e Ken Livingstone nell’intento di risollevare le sorti socioeconomiche della zona più sciagurata e depressa di tutto il Paese. Le sue rinnovate Olimpiadi di Atene, nel 1896, segnarono il lucroso connubio fra le grandi fiere universali e la destrezza atletica, contribuendo a inventare il concetto di sponsorship (i primi furono il colosso dei viaggio Thomas Cook e l’americana Spalding, produttrice di abbigliamento sportivo) di cui questa Olimpiade londinese, annegata nei loghi e nei gadget “ufficiali”, non è che naturale evoluzione.

O forse sarebbe meglio dire esasperazione, visto che gli organizzatori sono in balia di una sorta di “paranoia da marca depositata” per via della pressione degli sponsor affinché i rispettivi loghi dominino incontrastati. Tanto che Jacques Rogge, attuale presidente del comitato olimpico (succeduto al filo-franchista Samaranche) ha dovuto assicurare che la polizia non interverrà qualora uno spettatore indossi un indumento di marca diversa da quella degli sponsor ufficiali, pur promettendo inflessibilità nel caso in cui si verifichino casi di “ambush marketing”, le imboscate commerciali in cui marchi concorrenti distribuiscono materiale promozionale proprio durante gli eventi sportivi.

Come sempre, la zanzara della protesta anticapitalista cercherà di pungere il dorso di questo rinoceronte. Come tutte le Olimpiadi del Secondo dopoguerra, anche queste di Londra sono un palcoscenico politico imperdibile: nessun’altra manifestazione mobilita media e attenzione globali in egual misura. E le proteste, anche se democraticamente scoraggiate dagli organizzatori, ci saranno. Domani 28 luglio è prevista una manifestazione del Counter Olympics Network, rete che comprende varie organizzazioni del dissenso, molte delle quali radicate nell’East End. Protestano contro l’aumento dei prezzi degli alloggi, la presenza di multinazionali dalla fedina tossica come la Dow Chemicals, il cui nome è legato alla strage di Bhopal, in India (svariate migliaia di morti nel 1984) o la Bp, protagonista del recente disastro ambientale del 2010 nel golfo del Messico. Proteste che nella capitale del liberalismo universale hanno provocato una reazione non esattamente degna di Stuart Mill: Twitter ha sospeso l’account di Space Hijackers, uno di questi gruppi, senza troppe cerimonie lo scorso maggio, dietro forti pressioni della Locog, mentre i residenti di un condominio popolare di 17 piani a Leytostone hanno appena perduto il ricorso contro l’installazione di batterie di missili terra-aria sul loro tetto, una delle varie della zona circostante il parco olimpico. È comunque improbabile che mobilitino più di qualche migliaio di persone.

Si va dunque a incominciare, nella speranza che il gesto atletico redima la sorveglianza orwelliana, l’isteria da marchio depositato, il crasso materialismo. Londra sarà per questi due mesi il palcoscenico del mondo. Sempre che il clamore degli applausi riesca a coprirne lo scricchiolio delle assi.

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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