Crisi hipsterica

Quattro pagine sull’Espresso per parlare del fenomeno hipster, satirizzato assai bene da questo ormai classico (2010) video che non posso fare a meno di riproporre. Da quando sciamano per East London la vita è più colorata – e costosa – per tutti.

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

1 thought on “Crisi hipsterica”

  1. Beh, non potevo non commentare. Innanzitutto grazie Leonardo: a noi che viviamo nei territori colonizzati dagli hipster serve leggere articoli come il tuo, per placare l’irritazione. Ma poi una critica, che forse e’ piu’ una precisazione: gli hipster e la gentrification sono connessi ma non sono la stessa cosa.Gli hipster sono il veicolo inconscio della gentrificazione, ed e’ questo il problema che rappresentano. La situazione e’ ben piu’ grave, dal mio punto di vista. In una citta’ come questa, in un quartiere come Hackney, c’e’ posto da sempre per tutti i deliri estetici, avant o retro guardisti, etno-confusionari, post-primark o pre-oxfam, poco ce ne importa in realta’. Come tu giustamente noti l’hipsterismo si differenzia dalle altre forme contro-culturali tradizionali di un quartiere povero come questo perche’ sfocia da un’alternativita’ middle class. La sua provenienza dunque e’ identica alla sua destinazione. Di questo anche ce ne importa relativamente, direi, se un gruppo di ragazzi borghesi decidono di indossare per un decennio di gioventu’ le parti di chi si ribella per poi rientrare con tutte le scarpe nei propri ranghi, non saro’ io certo a gridare allo scandalo. Il problema e’ dove decidono di esternare le proprie angosce e cosa succede a quello spazio…

    Sono dunque amareggiata per un motivo ben diverso, e cioe’ il fatto che mentre gli hipster si dirigono a tutta birra verso la propria origine, trascinano con se un intero territorio smantellando quello che ci mette ben piu’ dei loro dieci anni di ribellione a formarsi. L’innalzamento dei costi della vita nel mio quartiere che e’ combaciato con olimpiadi e calata degli hipster e’, in una parola, devastante. Chi ha sempre vissuto qui, come me e molto, molto prima di me, subisce la loro presenza non dal punto di vista culturale, ma da quello molto piu’ immediato dell’impennata dei prezzi e della conseguente distruzione di una serie di network di persone, esercenti, beni materiali e culturali che si creano faticosamente nei quartieri poveri. Se non vogliamo parlare degli affitti delle case, dato che in fondo non sono gli hipster a far profitto ma i padroni di casa che sugli hipster e sulla loro bramosia di vivere nell’East End capitalizzano, parliamo degli affitti degli immobili per business, trasformatisi nel giro di due anni in inaccessibili a chiunque non abbia intenzione di vendere cose inutili a prezzi esorbitanti. Il problema non e’ il caffe’ e cornetto servito dagli hipster agli hipster (For Us By Us? ha ha ha), ma il fatto che caffe’ e cornetto costino £5 minimo. Per farla breve, gli hipster svolgono una funzione economica ben precisa che marginalizza ulteriormente chi vive storicamente in quartieri gia di per se stessi marginalizzati sia economicamente che a livello di servizi pubblici e sociali. Tutti (e ripeto TUTTI) i pub del quartiere si sono transformati nel giro di due o tre anni da (certamente squallidi e maleodoranti) luoghi di associazione per varie fasce della popolazione locale a esclusivi spazi per ventenni retroconscious. Dove vanno gli altri? Tutti (e ripeto TUTTI) i ristoranti e caffe locali pre-esistenti hanno alzato i prezzi dato che gli hipster sono disposti a pagare. Quello che nel 2012 pagavo £5 ora mi costa £9. La mia busta paga, o il mio giro del jobcentre, non crescono con questa velocita’…La maggioranza dei servizi commerciali utili alla vita quotidiana sono stati sbancati dall’ennesima galleria/caffe/vintage avventura di qualche ragazzino del Cambridgeshire che gioca a far bottega. Come se non fossimo gia pieni di betting shop, ora abbiamo betting shop e vintage shop ma non c’e’ un posto dove comprare un libro o una chiave inglese. E via discorrendo. E se questo non bastasse, gli hipster svolgono di certo anche una funzione culturale/estetica/normativa di rassicurazione alle famiglie borghesi (quelle che hanno superato la fase ribelle o non l’hanno mai avuta) che vogliono investire in immobili ad Hackney, cosicche’ sulla mia strada il costo delle case e’ raddoppiato in due anni, e il costo degli affitti con esso. Del resto chi vuole vivere tra poveri e marciumi vari, quando puo’ scegliere di vivere tra giovani alternativi che assomigliano a modelli o rockstar? Ed in ultima analisi, quello che in apparenza manca al saggio che discuti e’ l’indomito processo di storicizzazione che gli hipster rappresentano, un passaggio sociologico fondamentale. Il vintage, si sa, allontana dagli ‘ideali del passato’, riducendoli a suppellettili. Queste vecchie idee (di solidarieta’, di giustizia sociale, di eguaglianza, di antirazzismo, di unita’ di classe) sono talmente aliene agli hipster contemporanei che essi stessi rappresentano paradossalmente un’approccio archeologico alla contemporaneita’, di archiviazione di tutto cio’ che viene prima di loro. Come se fosse in via d’estinzione, o forse proprio gia’ morto e sepolto, e come se loro fossero qui ad esprimere nostalgia per quello che loro stessi, con la loro incosciente effervescente, hanno obliterato. Una tragedia.

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