Ma quale Blair

l43-matte-renzi-londra-140402175534_medium Perry Anderson non la manda a dire. L’ultimo saggio sulla “London Review of Books” dell’insigne storico inglese, nume tutelare della New Left, è una lucida scorreria nella storia italiana recente. S’intitola, senza troppi guizzi metaforici, “The Italian Disaster.”

Ma anziché essere l’ennesima geremiade sulla presunta incapacità civile e culturale del Paese di assurgere a membro virtuoso del consesso europeo, il saggio di Anderson individua l’origine dei mali negli stessi principi inerenti alla governance dell’Unione europea, ai quali l’Italia è stata finora recalcitrante: soprattutto quel neoliberismo economico saldamente agganciato alla marginalizzazione della politica e della sua rappresentanza. Di questo neoliberismo Matteo Renzi, leader carismatico e assolutista di un partito alla cui tradizione politica è del tutto alieno, altro non sarebbe che il cavallo di Troia. Ne consegue l’analisi puntigliosa di varie tappe della storia italiana recente, dalla fine di Tangentopoli sino al crollo di Berlusconi, fortemente voluto da Bruxelles attraverso la presidenza di Napolitano, e all’abbraccio di Renzi come ultima spiaggia di fronte alla disorientante eterodossia del fenomeno Grillo. Ad Anderson abbiamo rivolto una serie di domande.

Lei ha scritto di una deriva degenerativa della democrazia in Europa e di una corruzione pervasiva della sua classe politica. Sono sviluppi strutturali, o piuttosto un deficit momentaneo di volontà e di moralità?

«Non è facile giudicare quanto profondo sia diventato il radicamento di simili tendenze. Quel che è chiaro finora è che le forze che avrebbero potuto contrastarle restano sparse e deboli. In Italia sono state, naturalmente e a lungo, personificate entrambe da Berlusconi, ma si estendono a un panorama istituzionale che va ben oltre. Quanto alla corruzione, la prossima Expo di Milano, un progetto tipico della vanagloria politica di quest’epoca, per tacere del megascandalo a Venezia nel quale Pd e Pdl sono immersi vicendevolmente fino al collo, ci ricorda quanto futile sia stato il Pool vent’anni fa: le mani degli appaltatori, di destra o di sinistra che siano, non sono certo più pulite di prima. Quanto alla democrazia, le performance della presidenza della Repubblica e della Corte costituzionale offrono ulteriori lampanti illustrazioni del degrado dello Stato di diritto in questi anni, aggravato ora dal Neoporcellum imposto al Parlamento a tutti i costi. Si tratta di pressioni che non risparmiano nemmeno coloro che gli si erano rivoltati contro. Basti pensare all’autocrazia che governa lo stesso Movimento 5 Stelle nel suo ruolo di avversario più intransigente del sistema di governo».

Lei proprio non crede che Matteo Renzi rappresenti un cambiamento in meglio. Ma è giusto liquidarlo come una versione ritardataria e provinciale di Tony Blair?

«L’ammirazione di Renzi per Blair, assai ampiamente condivisa da parte degli opinionisti in Italia, è provinciale giacché ignora che oggi, in Gran Bretagna, Blair è così screditato e ampiamente detestato da osare a malapena mostrarsi in pubblico, proprio come il Craxi della fine all’hotel Raphael. Guai però a sottovalutare Renzi come uomo politico: è chiaramente più capace e dotato del suo lontano modello. Blair non era un innovatore: ha semplicemente ereditato la ristrutturazione del panorama economico politico inglese da Thatcher, spingendosi un po’ oltre. Figura mediocre, la cui corruzione personale adesso disgusta anche i suoi ex ammiratori del “Financial Times”, la sua unica iniziativa di rilievo fu affiancarsi a Bush nella guerra in Iraq. Renzi punta assai più in alto, a una trasformazione dell’Italia che si avvicini a quanto ottenuto in Gran Bretagna da Thatcher».

Ma può l’Italia, un Paese che in fondo non ha mai goduto autentica sovranità, sottoposto com’era al patronato americano della Democrazia Cristiana durante la guerra fredda e poi alla vigilanza dei mercati finanziari europei, essere paragonata così facilmente alla Gran Bretagna?

«Di certo, l’Italia del dopoguerra ha avuto una politica estera raramente degna di questo nome: forse il suo unico atto memorabile fu il colpo di Andreotti che intrappolò Thatcher al summit europeo di Roma nel 1990, e ne causò la caduta a Londra. Altrimenti è stata una storia per la maggior parte vacua. Ora Renzi promette di cambiare tutto questo, e di fare dell’Italia la stella polare dell’Unione europea, una millanteria che altrove farà alzare sopracciglia, se non sorridere. Peraltro, il grado di autonomia esterna goduto dalla Gran Bretagna del dopoguerra è stato anch’esso abbastanza limitato. I governi laburisti e quelli conservatori – invariabilmente gli uni, solitamente gli altri – hanno obbedito agli ordini americani. Dopo la caduta di Eden con Suez, nel 1956, l’unica reale eccezione furono Heath – che non andò mai a Washington – e Thatcher, che precedette Reagan e su di lui esercitava una sorta di potere».

Il Pd ha appena conseguito un trionfo alle elezioni europee. Lei scrisse prima del voto che Renzi cavalcava l’onda del successo. Eppure come spiega la netta differenza tra il risultato delle elezioni in Italia in Francia, Gran Bretagna e Spagna?

«Il contrasto non è così misterioso e, anzi, abbastanza logico. Per un quarto di secolo Francia e Gran Bretagna hanno vissuto all’incirca le versioni alterne – di centro e di centro-destra – dello stesso regime neoliberista, più radicale in Inghilterra, più moderato in Francia. In entrambi i paesi, gli elettori sono profondamente insoddisfatti dai risultati, ma in ciascuno il sistema elettorale è concepito in modo tale da escludere qualunque altra scelta. Nessuna formazione a sinistra del Labour è mai stata capace di sopravvivere alla stretta della diarchia di Westminster, imposta da un sistema uninominale maggioritario che discende da epoche feudali. In Francia, il Partito comunista ancora resiste, ma sotto il doppio turno soltanto come parassita marginale del partito socialista, e senza alcuna reale indipendenza da esso».

Però alle elezioni europee non si vota con leggi maggioritarie…

«Infatti, sono basate sulla proporzionalità democratica, e quei meccanismi di esclusione non funzionano. Così, una volta tanto che gli elettori hanno reale libertà di scelta, non sorprende che la maggioranza in ciascun paese opti per le uniche formazioni che paiono offrire una protesta senza compromessi contro l’ordine neoliberista, che adesso si situa alla destra dello spettro mainstream, piuttosto che alla sua sinistra. Dove il sistema elettorale non è così chiuso, e le formazioni a sinistra della diarchia al potere sono state in grado di sopravvivere indipendentemente da esso, lo stesso voto di protesta è andato nell’altra direzione: è accaduto ampiamente in Grecia e Irlanda, e in misura minore in Spagna. D’altronde in Italia, dove non c’è mai stato un regime neoliberista dello stesso stampo dualista, Renzi può promettere il suo Big Bang come qualcosa di davvero nuovo, qualcosa di cui gli italiani non hanno ancora avuto alcuna esperienza paragonabile e, forte di questo, guadagnarsi una grande vittoria elettorale».

Per la prima volta l’affluenza alle elezioni europee non è calata, anche se sarebbe eccessivo definirla in aumento. Certi osservatori l’hanno salutato come il segno positivo di un rinnovato interesse politico e di partecipazione nell’Unione europea. Lei è d’accordo?

«Questa lettura è tipica delle compiaciute illusioni di Bruxelles. La realtà è che l’affuenza dei votanti è calata in 17 su 28 degli Stati membri dell’Ue e l’affluenza totale è rimasta stabile soltanto perché aumentata in quattro paesi dove il voto di protesta contro l’Ue ha battuto nuovi record: il Regno Unito, la Francia, la Germania e la Grecia. Se sottraiamo l’incremento per l’Ukip, il Fn, Syriza e Alternative für Deutschland, i movimenti che Bruxelles teme di più, la partecipazione “responsabile”, ovverosia il voto convenzionale che cerca, è calata ancora una volta drasticamente. Non meno in Italia, dove è scesa di un ulteriore 5,5 per cento. Immaginare che questo sia un risultato rassicurante per l’opinione dominante in Europa equivale a un autoinganno».

Qual è la sua previsione per Renzi dopo il successo elettorale?

«Come da intenzioni, il passaggio del neo-Porcellum ne consoliderà il domi- nio per un bel periodo. I regimi neoliberisti strombazzano le virtù della competizione economica come il motore della crescita dinamica, ma sono assolutamente avversi alla competizione politica. L’ultima cosa che vogliono nelle elezioni sono start up come quelle che esaltano nei mercati. È l’oligopolio che cercano, e il neo-Porcellum lo fornirà. Sotto il suo controllo la palude che adesso circonda da tutte le parti il Pd sarà probabilmente assorbita: è un processo ancora agli inizi, già visibile con Sel e Scelta Civica e che continuerà forse con Ncd, appena Alfano capirà che con il 4 per cento la sua unica chance di sopravvivenza sarebbe diventare un altro Dini. È quindi probabile che da un punto di vista politico il carrozzone di Renzi prenderà velocità».

E da quello economico?

«Anche nel breve periodo ha davanti a sé il campo abbastanza sgombro: infatti alla prospettiva di un ampliamento della privatizzazione e della deregulation gli spiriti animali del business italiano si rianimano e danno vita a una ripresa degli investimenti, mentre Bruxelles e Francoforte si assicurano che abbia abbastanza denaro contante per installarsi stabilmente al potere. Alla fine, però, i limiti generali del neoliberismo – un regime di accumulazione incapace di mantenere ovunque in occidente i tassi di crescita e occupazione del dopoguerra – entreranno in azione. Allora comincerà la disillusione popolare cui si assiste altrove».

Il Movimento 5 Stelle offre un’alternativa reale, o Beppe Grillo è soltanto un’altra espressione dell’Italia come la più alta personificazione della società dello spettacolo diagnosticata da Guy Debord? Dopotutto, abbiamo inventato l’opera…

«Dopo l’impresa elettorale del 2013, in cui era passato da un giorno all’altro dal nulla al 25 per cento dei voti, anche i media ora duramente ostili al M5S ne avevano riconosciuto il potenziale trasformativo come nuova forma democratica. Ma nei diciotto mesi da allora trascorsi, Grillo ha prima sterilizzato questo potenziale con un isolazionismo parlamentare che ha inflitto al Paese un’altra presidenza di Napolitano e installato Renzi a Palazzo Chigi, poi l’ha dilapidato con una campagna alle elezioni europee fatta di spacconate ed escandescenze. Gli italiani devono sperare, contro ogni probabilità, che lui e il suo movimento abbiano imparato la lezione della sconftta. In caso contrario, il M5S si estinguerà come una “rivolta di Reggio” dell’epoca di Internet, con grande sollievo del salotto buono politico e intellettuale del paese».

(L’Espresso, 25 giugno 2014)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

1 thought on “Ma quale Blair”

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