We save lives, not banks

1405033637775_Image_galleryImage_LONDON_ENGLAND_JULY_10_Pu

In mezzo all’implacabile ostilità dei media mainstream,  che di solito qui si concentrano nello stigmatizzare gli scioperi, i lavoratori britannici hanno incrociato ieri le braccia nel maggiore sciopero del settore pubblico dal 2011.

Impiegati, netturbini, vigili del fuoco, insegnanti, bibliotecari, assistenti sociali appartenenti a varie organizzazioni sindacali, tra le quali Unison e Unite – che rappresentano gli impiegati pubblici e gli insegnanti – si sono dati appuntamento a Birmingham, Brighton, York, Liverpool, Sheffield e, naturalmente, a Londra. Agitazioni si sono svolte anche in Scozia, Galles e Irlanda del nord. Le stime come al solito variano, ma per il governo nella sola Londra avrebbero scioperato in circa 90.000. Per il Cabinet office, l’equivalente della nostra presidenza del consiglio, il ministro Francis Maude ha riferito in parlamento che i lavoratori sono stati nel complesso un 20% in meno che nel 2011. A livello nazionale si parla di svariate centinaia di migliaia, anche se forse non il milione previsto dagli organizzatori, disseminate in almeno una sessantina di cortei. Circa 15.000 le scuole chiuse. Il corteo londinese, partito da Oxford Circus, si è concentrato a Trafalgar Square. Da segnalare lo slogan presente sulle magliette indossate dai vigili del fuoco in sciopero: «Salviamo vite, non banche».

Si lotta per il salario, che per molti di loro è calato di un quinto in termini reali, contro la precarizzazione galoppante e i contratti a zero ore, di cui questo paese è all’avanguardia e per la quale è avidamente osservato dalla maggioranza di governo italiana. Ma anche contro il salario minimo – che ammonta a meno di otto sterline l’ora in una tra le città più care del mondo – contro il workfare, l’autentica coazione a lavorare senza retribuzione detta anche lavoro socialmente utile, contro gli attacchi alle pensioni. Ma soprattutto contro quel blocco dei salari, punta di diamante dell’austerity imposta dal governo nel 2010, con il quale il primo ministro Cameron e il cancelliere dello scacchiere Osborne intendono colmare un deficit causato in gran parte da quel settore finanziario al quale sono cementati in un comune fronte di classe. Che li ha portati ad introdurre, nel 2012, il famigerato tetto dell’un per cento agli aumenti salariali, che si è puntualmente rovesciato in un calo del salario reale. Se simile tetto verrà mantenuto fino al 2018, per moltissime famiglie arrivare alla fine del mese assomiglierà sempre più a una postmoderna fatica di Sisifo. In molti, troppi, non ricevono alcun aumento da quattro o cinque anni.

La cesura fra i lavoratori del settore pubblico e il resto del Paese non potrebbe essere maggiore: demonizzazione mediatica a parte, lo sciopero di ieri cozza in modo clamoroso con il quadro della ripresa dipinto dall’establishment, che punta a allargare infinitamente il golfo che già separa il pubblico dal privato, bacchettando il primo e sventolandogli sotto al naso le presunte virtù del secondo. A ben guardare infatti, il calo della disoccupazione che viene costantemente strombazzato dalla Bbc e dai quality papers, escluso forse il Guardian, è dovuto soprattutto all’aumento del lavoro autonomo. Mentre tra i lavoratori è diffusa la certezza che questa flebile ripresa non abbia per loro alcun beneficio.

In questa riedizione classica dell’atavico conflitto fra capitale e lavoro, i Tories fanno la voce grossa. Cameron ha promesso di introdurre nel manifesto per le prossime elezioni delle severe misure antisciopero. Gove, l’arcireazionario Education secretary (e compagno di college di Cameron e Osborne a Oxford), è livido per il diluvio di critiche che la sua riforma della scuola si è attirata dalle organizzazioni dei docenti, che lo accusano senza troppi giri di parole di aver messo la professione in ginocchio. E il Labour? Sta come al solito a guardare. Ed Miliband, attento a non approvare e non condannare, aspetta che passi ‘a nuttata: meglio non schierarsi per non spaventare il business, che sotto il governo di coalizione ha finora goduto di un intero libretto degli assegni in bianco.

(il manifesto, 11/07/14)

 

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...