La donna che sussurrava all’acciaio

20140804-132059-48059372.jpg

Le cose difficili le faccio subito, per quelle impossibili mi ci vuole un po’ più di tempo». Accento di Brooklyn nonostante più di mezzo secolo nel nostro Paese, Beverly Pepper, 92 anni, continua a dialogare coi metalli, con l’eredità di un’era industriale, gli anni 50 e 60, la cui versione italiana fu miracolosa per eccellenza. Autodidatta intemerata, la pittrice e grafica pubblicitaria Beverly Stoll sarebbe poi diventata la donna che sussurra all’acciaio, nonché la newyorchese che, col marito Bill Pepper, di una cittadina umbra avrebbe fatto il polo d’attrazione dell’arte Usa ed europea del dopoguerra italiano.

Bill è scomparso qualche mese fa, era storico dell’arte e capo della redazione romana di Newsweek. Loro due dominavano la rocca medievale sulle colline di Todi, ora venduta e sostituita con una casa che si è disegnata da sola, vicino all’atelier. Beverly e Bill sono stati una power couple della cultura. Impressionante il parterre di amici: Vidal, Mastroianni, Burton, Taylor, Dorazio, Mulas, Fontana, Burri, Menotti, Flaiano, Moravia. Antonioni andava a vivere a Spello su loro suggerimento. La Fallaci chiamava Bill con voce perentoria per chiedere consigli. La colta egemonia internazionale dei Pepper proseguiva la tradizione del gran tour, le frequentazioni e i party erano un Who’s who della cultura, dell’arte e del glamour di un’epoca.

Non sorprende che le colline luminose lungo le quali scivoliamo in auto, diretti allo stabilimento dove hanno ultimato le sue nuove opere, fossero state soprannominate Beverly Hills. «Arrivammo in pieno boom, design e cinema esplodevano. E c’erano Burri e Fontana, due artisti che non sapete sfruttare. Sono il contributo italiano all’arte europea del XX secolo, sono stati i più radicali. Seppur ancorati alla tradizione europea». A Todi la Pepper arrivò dopo un periodo a Roma, nei 50. «Non è che avessi deciso di vivere qui tutti questi anni, è che non mi è mai venuto in mente di andarmene davvero. Io e Bill non abbiamo scelto, tutto fortuito». Compresa la leggendaria mostra Sculture nella città curata da Giovanni Carandente per il Festival dei due Mondi di Spoleto del ’62, che le diede fama internazionale. Per prepararla, trascorse mesi nelle acciaierie di Piombino e Terni, tra le maestranze comuniste. Formidabile apprendistato, che si aggiungeva a quello ottenuto in arte medievale e rinascimentale semplicemente stando accanto al marito: «Vivere in mezzo alla storia dell’arte mi ha permesso di non studiarla. Il PhD l’ho preso stando in giro con Bill».

Pepper non ama esser definita scultrice, pur avendo riempito le città di mezzo mondo con la ieratica fluidità delle sue forme plastiche. Che fanno patteggiare la spiritualità francescana delle colline tuderti col ventre gravido (allora) della fabbrica fordista, dando ancora vita a una grande arte pubblica e civile. Ma l’esser stata un Prometeo-femmina non le basta: tant’è che, dopo più di 50 anni di carriera, debutta presso la costola londinese della galleria Marlborough, dove le Curvae in curvae, ultime creazioni, si ammirano fino a fine luglio. Oggi che non può più brandire fresa e saldatore, si fa assistere da un team di artisti e operai locali. A uno di loro ha appena impartito una benevola lavata di testa: «Il mio lavoro non ha mai nulla d’imprevedibile». E per non smentire la leggendaria prolificità, lavora ad altre due committenze: per l’Ara Pacis di Roma e per una cappella della Via Crucis a Todi. Il giudizio sul contemporaneo di una veterana come lei è prevedibilmente freddino. «Non so quanta gente ami davvero l’arte oggi, e ci metto anche chi la compra. La sua mercificazione mi irrita, proprio perché vengo dalla pubblicità. Sarò retrograda, a me interessava altro».

Già, perché una scultura non è mai un oggetto, ma «qualcosa che si deve sentire. Lo chiamo “divino accidente”, è ciò che separa il bel pezzo da quello davvero grande. Va creata una comunicazione non verbale fra opera e spettatore: l’opera non “dice” nulla, entra in contatto con te». Poi: «Un’opera riesce se non so che cosa sto facendo: vado avanti fino a quando non sento che sta emergendo qualcosa che ignoro. È così che l’opera funziona». Come la chiesa della Consolazione attribuita a Bramante, con cui una delle sue sculture rugginose dialoga a distanza.

Repubblica D, 26/07/2014

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...