Ventimila testate sotto i mari

Ancora una volta nell’occhio del ciclone mediatico, il leader laburista Jeremy Corbyn è stato preso di mira dalla stampa mainstream britannica per aver osato suggerire una soluzione di compromesso sulla questione del rinnovo dell’arsenale nucleare nazionale.

Incalzato dal decano opinionista della Bbc Andrew Marr nel suo programma televisivo della domenica mattina, Corbyn ha concesso un teorico via libera suo e del partito al programma di rinnovo dei sottomarini nucleari, ma senza testate atomiche, così da salvaguardare l’occupazione di migliaia di lavoratori impiegati nell’industria bellica nazionale, un comparto che vale migliaia di posti di lavoro, soprattutto in Scozia e Cumbria.

Il segretario continua così nella sua funambolica passeggiata attraverso le zone critiche della linea laburista: un partito socialista eppure monarchico, tradizionalmente filocolonialista e da sempre a favore della deterrenza nucleare. La questione è in tutti i sensi esplosiva sia per il segretario che per il partito, giacché le posizioni pro o contro le armi nucleari divergono abbondantemente nella componente parlamentare, quella sulla quale il segretario ha notoriamente minor controllo e influenza.

Assieme alla recente dimostrazione di disunità offerta dal partito in occasione del voto sui bombardamenti aerei in Siria, il rinnovo del programma missilistico nucleare Trident, ormai arrivato all’obsolescenza e in procinto di essere rinnovato a costi stellari, è la fenditura più evidente fra l’anima moderata e quella più radicale del partito.

Non solo due parlamentari di rilievo dalle posizioni chiave, Hilary Benn (Difesa), noto per il discorso filo bombardamenti con cui ha sfidato la linea del segretario lo scorso dicembre, e l’ex segretario agli Esteri Maria Eagle, sono apertamente a favore del rinnovo dell’arsenale: lo è anche il potente Len McCluskey, leader del sindacato Unite, recentemente tornato nel cuore del partito dopo esservi stato marginalizzato da Tony Blair perché metteva in pericolo l’immagine pro-business alla base della terza via blairista con cui tutte le socialdemocrazie europee hanno puntellato la propria eleggibilità al governo. E McCluskey vuole ovviamente difendere il lavoro, non le armi nucleari.

«Terza via» è l’appellativo usato per descrivere il compromesso suggerito da Corbyn e ripetuto poi dalla ministra ombra alla Difesa, Emily Thornberry (fresca di rimpasto). Ed è simile alla posizione in materia del governo giapponese, che ha la possibilità di costruire ordigni atomici ma senza realizzarli materialmente. In questo modo, i sottomarini nucleari britannici di prossima generazione sarebbero costruiti privi di testate. La proposta, oltre al ludibrio di quasi tutti i quotidiani nazionali, ha prevedibilmente attratto il favore di McCluskey, che non avrà mancato di notare di esserne il principale dedicatario.

Ma è evidente che per le stesse identiche ragioni riceverà un’accoglienza gelida da parte di tutto l’establishment militare del paese, già scompostamente sceso nell’arena mesi fa quando il capo di Stato maggiore Nicholas Houghton scelse lo stesso programma di Marr per lanciare un violento attacco frontale al leader laburista, definendo la sua elezione un pericolo per la sicurezza nazionale e creando il preoccupante precedente costituzionale di una pericolosa incursione del potere militare in quello civile.

Corbyn cerca da tempo di coinvolgere la base del partito sul processo decisionale in questioni di difesa, per cambiarne la posizione ufficiale favorevole al rinnovo del programma nucleare, ribadita all’ultimo congresso. Il rimpasto del suo governo-ombra della settimana scorsa ha visto la dipartita di Eagle a favore dell’arrivo dell’antinuclearista Thornberry, ma la maggior parte dei frontbenchers resta filonuclearista.

Non pago, Marr ha anche voluto affondare la lama nella questione Falklands, ben sapendo avrebbe costretto Corbyn ad altre contorsioni. E il leader ha risposto con candore, pur sapendo che il pungiglione dei tabloid lo avrebbe trafitto il giorno dopo, col riferimento a un «ragionevole accordo» da raggiungere con gli argentini sul pluridecennale contenzioso: una sorta di apertura alla cogestione dei territori con Buenos Aires, che ha inorridito i moderati.

(il manifesto, 19/01/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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