Spai Gheims

All’indomani delle telluriche accuse alla Russia di Putin e a quest’ultimo scaturite dagli esiti della pubblica inchiesta sulla morte di Aleksander Litvinenko, l’agente dell’intelligence russa Fsb poi divenuto informatore del Mi6, i servizi segreti britannici, i quotidiani nazionali, dal centrosinistra del Guardian al centrodestra del Telegraph sono uniti nello sdegno e nel reclamare un piede più fermo da parte di David Cameron nei confronti del Cremlino. Che, dal canto suo, per bocca del portavoce Dmitri Peskov, ha replicato sarcasticamente, definendo gli esiti della pubblica inchiesta condotta dal giudice Owen «un esempio di humour britannico».

Pur attestando la responsabilità dei due agenti russi, Andrei Lugovoj e Dmitri Kovtun, che avvelenarono Litvinenko facendogli bere un isotopo radioattivo furtivamente versato in una tazza di the, (non prima di aver tentato altre volte di eliminarlo un paio di settimane prima in analoghi tentativi, tutti goffamente falliti) l’esito dell’inchiesta, condotta dal giudice Robert Owen, è effettivamente abbastanza vaga quanto alle conclusioni, e soprattutto al movente. La responsabilità del presidente russo — bestia nera delle democrazie liberali d’occidente che non riescono a spiegarsi l’ovvietà del fatto che la sua popolarità interna cresca proporzionalmente al calo di quella internazionale — resta accennata: lo dimostra quel «probabile» strategicamente posto davanti al nome di Putin mandante, così come l’inconsistenza delle prove circa il motivo dell’eliminazione della vittima.

Litvinenko, un agente del Fsb esperto delle attività della mafia russa in Spagna, che parlava un inglese stentato ed era stato reclutato dell’Mi6 come informatore, aveva ottenuto asilo politico nel Regno Unito nel 2003 e morì cittadino britannico, dopo aver ottenuto il passaporto quando era ormai in agonia. Avversario di Putin, aveva passato ai servizi britannici informazioni sulla criminalità organizzata russa e le sue entrature al Cremlino. Aveva inoltre accusato quest’ultimo e i servizi russi di aver agevolato la salita al potere di Putin grazie a una serie di attentati compiuti a Mosca attorno al 1999 e attribuiti a ribelli ceceni, in una versione di strategia della tensione tutta post-sovietica.

Non pago, aveva anche accusato Putin di pedofilia. Attacchi personali che difficilmente devono essergli valsi la simpatia del presidente russo. Era inoltre associato a un’altra bestia nera di Putin, poi scomparsa: l’oligarca dissidente Boris Berezovskij, trovato impiccato nella sua villa in circostanze poco chiare. Con lui frequentava un circolo di expat russi trapiantati a Londra, volontariamente e no, tutti accomunati da exploit più o meno spionistici, politici o finanziari. Non del tutto sorprendentemente, aveva cominciato a ricevere minacce di morte se fosse rientrato in Russia all’inizio del 2000.

Scrive Owen nelle 300 pagine del suo rapporto: «Sono persuaso che in termini generali, dei membri dell’amministrazione Putin, compreso lo stesso presidente e il Fsb, avevano ragioni per agire contro Litvinenko, compreso il suo omicidio alla fine del 2006». Oltre a Putin, Owen ha anche chiamato direttamente in causa come possibile mandante il capo dell’Fsb, Nikolai Patrushev. Quello che invece forse non ha fatto, è stato chiamare direttamente in causa l’agente del Mi6, dal nome in codice «Martin», col quale Litvinenko ebbe un incontro nel seminterrato di una libreria londinese il giorno prima dell’avvelenamento e che probabilmente sa di questo omicidio molto più di quanto non sia emerso finora dalla non del tutto incomprensibile reticenza degli accusati. Quanto ai due responsabili non pare proprio abbiano agito come superprofessionali spie dagli occhi di ghiaccio: dall’inchiesta è emerso che Lugovoi e Kovtun si erano lasciati dietro una scia di polonio in una serie di precedenti falliti tentativi di assassinare Litvinenko. E lo stesso Owen ha fatto nuovamente ricorso all’uso della comoda — ma evanescente — formula della «forte probabilità» nell’attribuire l’omicidio ai servizi segreti di Mosca.

Nonostante Marina, la vedova della vittima, richieda sanzioni dure, espulsione di tutti gli agenti russi dal paese e il bando all’ingresso di Putin in Uk, è improbabile che la City intenda alienarsi i beni e gli investimenti di così tanti amici investitori russi.

(il manifesto, 23/01/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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