Il Putin delle spie

L’affaire Litvinenko, una di quelle vicende spionistiche capaci di mandare in prepensionamento autori di spy stories del calibro di Le Carré, dopo dieci anni ha finalmente raggiunto un climax giudiziario: la lunga inchiesta, pubblica, sulla morte della spia russa, avvenuta in un albergo londinese per avvelenamento di polonio-210, si è conclusa con l’accertamento «probabile» della responsabilità di Vladimir Putin come mandante.

Il giudice in pensione che ha condotto l’inchiesta, Robert Owen, è sicuro che a compiere l’avvelenamento siano stati gli agenti Andrei Lugovoi e Dimitri Kovtun, da anni in Russia e all’estradizione dei quali le richieste di Londra hanno sempre incontrato il niet russo. Dopo aver ripetutamente cercato di assassinarlo nelle settimane precedenti e agendo «quasi certamente» per conto dei servizi segreti Fsb, i due versarono la micidiale sostanza in una teiera durante un incontro che si tenne in un bar dell’hotel Millennium di Mayfair, a Londra, il 1 novembre del 2006. Non avevano però esatta cognizione di cosa stessero usando: il fatto che si trattasse di un pericoloso elemento radioattivo è, secondo Owen, un forte argomento a favore della tesi che vuole il caso un omicidio di stato. Il quarantatreenne Litvinenko morì pochi settimane dopo in ospedale, non prima di aver accusato direttamente Putin del suo assassinio; le foto che lo ritraevano terribilmente emaciato fecero il giro del mondo.

Le ripetute richieste di Londra di estradizione dei due sono prevedibilmente cadute nel vuoto. Mosca non ha una legislazione in materia, Lugovoi in particolare è diventato un parlamentare della Duma nelle file dell’ultranazionalista partito liberal-democratico e gode della relativa impunità, oltre a essere diventato, secondo la narrativa del regime, un eroe nazionale perseguitato dai britannici. Ma l’esito dirompente dell’inchiesta è nell’accertamento del mandante e dei suoi motivi.

Owen ha fatto chiaro riferimento a gravi motivazioni extrapolitiche, soprattutto ad accuse di pedofilia rivolte a Putin dalla vittima, a prescindere dalla guerra interna di potere che li vedeva contrapposti: il presidente russo avrebbe avuto interesse a distruggere delle prove in video che lo ritraevano intento a compiere atti di natura sessuale con minorenni di cui Litvinenko sarebbe stato in possesso. Il Cremlino, ha immediatamente liquidato gli esiti dell’inchiesta definendoli uno scherzo. L’ambasciatore, Alexander Yakovenko, ha definito «inaccettabile» il fatto che la Gran Bretagna insinui il coinvolgimento della Russia in un omicidio di stato. Non altrettanto ha fatto la vedova dell’agente russo, Marina, la quale, in una conferenza stampa davanti alla Royal Court of Justice ha immediatamente invocato sanzioni britanniche nei confronti della Russia. Sanzioni che David Cameron, bisognoso com’è del supporto russo nella lotta contro Daesh, probabilmente ben si guarderà dall’imporre. In una dichiarazione assai misurata, il premier britannico ha fatto cenno a un vago “guardare a Mosca con occhi chiari e cuore freddo”.

Per ora, la situazione in Siria detta che la reazione britannica si limiti al congelamento dei beni dei due accusati. Resta il fatto che le relazioni fra i due paesi restano a dir poco gelide, ai minimi storici dal crollo del Muro.

(il manifesto, 22/01/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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