È finita la carta

«Il Daily Mirror è letto da quelli che credono di governare il paese, il Guardian da quelli che pensano dovrebbero governarlo, il Times da quelli che — in effetti — lo governano; mentre il Daily Mail è letto dalle mogli di quelli che governano il paese, il Financial Times da quelli che lo possiedono, il Morning Star (quotidiano comunista, tuttora in auge, ndr) da quelli che pensano che debba essere governato da un altro paese, mentre il Daily Telegraph da quelli che pensano già lo sia. (Ai lettori) del Sun, non interessa chi governa il paese: basta che abbia delle grosse tette».

Benché risalga all’era Thatcher, quando ancora i giornali erano tutti acquartierati a Fleet Street, il panorama della stampa britannica è ancor oggi abbastanza efficacemente abbozzato, salvo naturalmente il peso esagerato attribuito al Morning Star, da questa battuta di Yes Minister, serie televisiva satirica unanimemente considerata la migliore di sempre. Che descrive con cinica — e sessista comme il faut — lucidità la netta divisione in classi che è tratto distintivo del paese. Costantemente riflessa nell’“alto” dei quality papers (Times, Telegraph, Guardian, Financial Times), da sempre faro di un’informazione seria su cui si sdilinquiscono i giornalisti internazionali liberal. E in un “basso” a sua volta suddiviso fra i tabloid (Daily Mail, Daily Express e Daily Mirror, con i primi due bibbia di una piccola borghesia monarchica, sessuofoba, razzista e fascistoide) e i parapornografici red tops (cosiddetti per via delle testate “a luci rosse”) come il Daily Star e il defunto Daily Sport. Per inciso, il quotidiano più letto del paese, quello che decide chi vince le elezioni, è il Sun che, con l’altrettanto defunto domenicale News of the World (e il Times) è di proprietà dell’australiano Rupert Murdoch. Furono entrambi travolti dall’ormai dimenticato scandalo delle intercettazioni telefoniche.

Certo, alcune cose sono cambiate dai tempi di Yes Minister. Una per fortuna non c’è più: la famigerata pagina tre del Sun, abbandonata controvoglia da Murdoch dopo un assedio di proteste. E un’altra non c’era ancora: quell’Independent nato nel 1986, e che a trent’anni esatti ha appena annunciato cesserà del tutto la pubblicazione cartacea per abbracciare — dal prossimo 25 marzo e primo quotidiano britannico a farlo — il formato esclusivamente online.

«The Independent: It is, are you?» era lo slogan con cui il gruppo d’intrepidi dietro al lancio del giornale orgogliosamente affermava quello che sarebbe presto diventato una mezza verità. Perché sarebbe finito, dai primi anni Novanta, nelle mani private di due imprenditori stranieri, prima l’irlandese Tony O’Reilly e ora l’oligarca russo Alexander Lebedev, che col figlio Evgenij possiede anche il londinese Evening Standard (lo comprò per un rublo, anzi una sterlina). Aggiungere che i fondatori, Andreas Whittam Smith, Stephen Glover e Matthew Symonds, provenivano dal Daily Telegraph — soprannominato, non del tutto casualmente, Torygraph — aiuta forse a meglio delineare il quadro.

È stato un giornale costretto a innovare, l’Independent: primo ad adottare il formato compact, a introdurre grandi foto in prima pagina. Ma era un pioniere costretto ad avanzare sotto la minaccia delle armi, come quando Murdoch gli scatenò addosso una guerra dei prezzi abbassando quello del Times dopo aver traslocato negli anni Novanta tutto il suo quartier generale dalla centralissima Fleet Street a Wapping (provocando tra l’altro un’ondata di scioperi). E anche ora l’“innovazione” dell’andare solo online licenziando 110 persone si merita, contro le poche decine di assunzioni promesse, tutte le virgolette. Indipendente è un nome che ormai suona sarcastico.

E tuttavia, vista la situazione della stampa di un paese dove tutti i quotidiani leggibili sono nella migliore delle ipotesi di centrodestra — fatto appena salvo l’altrettanto allineato filoatlantista Guardian, il Times è appunto di Murdoch, il Telegraph appartiene ai gemelli plutobanchieri Barclay e ormai rivaleggia con l’FT in qualità di ufficio stampa della City — questo drastico striminzirsi di un giornale posseduto da un ex-agente del Kgb arricchitosi chissà come e il presidente del cui paese è il nemico numero uno dell’Occidente è quanto mai infausto.

Avranno sostenuto i Libdem nelle ultime due tornate elettorali, imboccato una linea editoriale ambientalista per puro calcolo, concesso una rubrica a Nigel Farage, non monitorato la loro giovane star Johann Hari, poi travolto da accuse di plagio che, come un certo scrittore italiano sa molto bene, nel giornalismo anglosassone è peccato capitale: ma è pur sempre il giornale che ha dato spazio a due dei migliori inviati di guerra della storia recente, Robert Fisk e John Pilger. E la sua discesa nel mare magnum di internet lascia il territorio cartaceo sempre più nelle mani del centrosinistradestra neoliberista.

(il manifesto, 20/02/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...