Brexit Johnson: fuori dell’Europa, dentro Downing Street

Tapino David Cameron, cui non è dato assaporare l’effimero nettare della vittoria. Nemmeno era rientrato da Bruxelles, raggiante e con in tasca i termini della rinegoziazione della partecipazione britannica all’Ue strappati ai suoi colleghi europei, che già incassava la defezione del rivale: il dotto, giullaresco e assai apprezzato sindaco di Londra Boris Johnson.

Il quale, evidentemente non pago del bottino di concessioni estorte dal premier ai colleghi dell’Eurozona volto a garantire il perdurare dello status d’insider-outsider europeo della Gran Bretagna, ha preso una decisione assai sofferta: quella di gettare tutto il proprio corpaccione — mediatico, elettorale e non solo — dietro la campagna per l’uscita dall’Ue, in vista del referendum del prossimo 23 giugno. «Voglio un migliore trattamento per la gente di questo paese, voglio che risparmino soldi e decidano loro. Di questo si tratta veramente».

Se la notizia ha creato tanto sgomento negli investitori da far scendere la quotazione della sterlina, non è stato altrettanto tra le fila dei colleghi di partito, che l’hanno accolta senza troppo shock o incredulità. Downing Street ha risposto con un comunicato abbastanza laconico, che involontariamente mostra come mai in paesi come la Francia il piede eternamente in due staffe di Londra sia diventato quanto mai irritante: «Il nostro messaggio per tutti è che vogliamo che la Gb abbia il meglio di entrambi i mondi: tutti i Etonvantaggi dell’occupazione e degli investimenti che ci vengono dallo stare nell’Ue senza gli svantaggi di essere nell’Euro e dei confini aperti».

Ha dunque aspettato fino all’ultimo, Boris “Brexit” Johnson. E ora che ha finalmente varcato il Rubicone, seguendo le orme del già ministro della pubblica istruzione Michael Gove (ex allievo di Eton come lui e Cameron), la guerra civile europea in seno ai conservatori, esattamente come negli anni Settanta, può finalmente essere combattuta allo scoperto. Le motivazioni di Johnson? Il sindaco uscente non ha altra chance di far proseguire una carriera altrimenti pronta alla parabola discendente che di proporsi come futuro premier, andando a giocarsela con l’attuale ministro delle finanze e principale architetto dell’austerity, George Osborne.

E l’Europa è un’ottima occasione per rispolverare dal vecchio arsenale Tory l’euroscetticismo, di cui Johnson è sempre stato evidente propugnatore, anche se ultimamente aveva osservato un ammirevole self-control. Soprattutto se può valere le chiavi di Downing Street.

È così che si ripropongono i corsi e i ricorsi storici del dilemma britannico sull’Europa: attraverso le lotte intestine dei conservatori, storicamente il partito ideologicamente più insularista, in uno schieramento che vede i pressoché estinti liberal-democratici come partigiani sfegatati dell’Unione, e i laburisti di Geremy Corbyn come ufficialmente pro, salvo qualche mal di pancia della leadership e della base. È tuttavia un rimpasto trasversale degli schieramenti in cui Tories filoeuropeisti si troveranno fianco a fianco a deputati dello Scottish National Party contrarissimi all’uscita dall’Unione europea.
Naturalmente questi sviluppi sono un effetto della crescente tensione e allarmismo sulla questione dei migranti su cui soffiano Farage e i conservatori euroscettici.

A Calais, nel campo profughi tristemente noto come Giungla e dove si stima vivano 4000 persone, è stata fatta ingiunzione a un migliaio di migranti — che i tabloid nazionali definiscono come «economici» per distinguerli dai rifugiati — di andarsene entro stasera, pena l’intervento fisico della polizia. Le baracche, che comprendono moschee, chiese e negozi, saranno poi rase al suolo in risposta a proteste organizzate anche grazie a un nutrito gruppo di attivisti provenienti dalla Gran Bretagna.
Il campo ha anche ricevuto la visita dell’attore Jude Law, che con altre celebrità del mondo dello spettacolo, tra cui Benedict Cumberbatch, Idris Elba, Helena Bonham Carter, Jim Broadbent, Kristin Scott-Thomas, Mark Rylance, Stephen Fry, Steve Coogan, Bob Geldof e Peter Gabriel, ha scritto una petizione di solidarietà a David Cameron.

(il manifesto, 23/02/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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