Should we stay or should we go

La campagna referendaria prosegue febbrile, l’approssimarsi del 23 giugno, data in cui la Gran Bretagna voterà il referendum sulla sua permanenza nell’Unione Europea, porta con sé foschi presagi per Remain, il “partito” a favore di quest’ultima.
Una doppietta di sondaggi nell’ultima settimana prefigura un clima sempre più favorevole a Leave, la fazione per il distacco. Il primo, condotto dall’agenzia Opinium e pubblicato dall’Observer, denota un cospicuo balzo in avanti per i fautori dell’uscita del paese dall’Ue. Il sorpasso dei pro-Brexit – dati al 43% contro il 39% per coloro che vogliono il mantenimento dello status quo, al 18% gli indecisi – mette fine a una situazione di sostanziale parità che durava da mesi. Uno schiaffo agli sforzi di David Cameron che tenta di portare avanti una campagna vincente e allo stesso tempo di tenere insieme i pezzi del suo partito, il cui vertice è polarizzato come non mai tra le fazioni pro e contro.

Un secondo, più ridotto, sondaggio uscito sul Daily Telegraph, che riprende il quotidiano Le Parisien, effettuato tra 4.277 intervistati in cinque paesi europei, a cui era stato chiesto se volevano oppure no che la Gran Bretagna restasse, rivela che il 55% degli inglesi ha risposto affermativamente, dai francesi è arrivato un tiepido 54%, rispetto al 76% degli spagnoli, al 67% degli italiani e al 65% dei tedeschi.
Il sorpasso del “fronte del fuori” si spiegherebbe con il dato anagrafico degli intervistati: i giovani sono più favorevoli a rimanere ma meno inclini a votare, i meno giovani il contrario. Un electoral divide, che potrebbe seriamente inficiare la permanenza del paese nell’Unione e che sta di certo arroventando l’atmosfera nel quartier generale del No che fa sempre più ricorso a una “campagna del terrore” basata su lunghi elenchi di controindicazioni qualora il paese prenda la fatidica decisione. Nella fascia d’età 18-34 anni, il 53% si è detto a favore della permanenza, mentre il 29% contro; ma soltanto la metà degli intervistati ha dichiarato di recarsi senz’altro alle urne. Specularmente invertita la situazione fra gli ultra 55enni: con un 54% a favore dell’uscita contro un 30% contrario e a fronte di un massiccio 81% che si è detto certo di andare a votare. L’equilibrio si giocherà una volta di più sul dato di affluenza.

Nel frattempo cresce il panico nel fronte dell’In. Nel riportare allarmatissimo gli esiti del sondaggio, l’Observer, l’edizione domenicale del Guardian, quotidiano impegnato anima e corpo a favore della permanenza, dopo aver invitato gli attivisti di Remain a un esame di coscienza e di strategia, non ha esitato a esortare paternalisticamente i giovani a «scuotere la propria apatia» e andare a votare. Remain è guidato da un veterano neolaburista, Alan Johnson, che stenta a farsi notare. Tanto che perfino il Financial Times si è avventurato in un appello dissimulato a Jeremy Corbyn perché porti il proprio finora tiepido sostegno a favore della permanenza a essere davvero determinante, definendo il leader laburista come il possibile ago della bilancia di un confronto sempre più serrato e meno prevedibile.
Diverso l’umore nel mondo dell’impresa. Secondo un ennesimo sondaggio del Consiglio della camera di commercio britannica in Europa, la maggioranza schiacciante di 8.000 fra grandi e piccole aziende britanniche che vi operano è contraria all’uscita, un sonoro 89%. Contemporaneamente alla discesa nella mischia del colosso francese Airbus – 25 stabilimenti nel paese fra aeronautica civile e militare per 15.000 posti di lavoro, che ha paventato la perdita d’investimenti e posti di lavoro in caso di defezione in un comunicato al proprio staff.

La catastrofe di una vittoria del Leave potrebbe far terminare la carriera politica di David Cameron forzandolo alle dimissioni. Settimane di passione queste sue ultime, con il governo e la sua cerchia personale investiti da una potente forza centrifuga, in perfetta osservanza della tradizione ogniqualvolta il partito conservatore ha dovuto esprimersi sulla vexata quaestio dell’Europa. Dopo le già dannose fratture con l’opportunista Boris Johnson e il dogmatico Michael Gove, la leadership di Cameron è stata apertamente contestata con le dimissioni del ministro del lavoro e delle pensioni Ian Duncan Smith. Subito dopo la presentazione della legge finanziaria del ministro delle finanze George Osborne, Duncan Smith, blando ex leader del partito e convinto euroscettico, aveva sbattuto la porta dicendosi contrario al taglio draconiano dei sussidi di disabilità… ottenendo con l’occasione anche le mani libere di fare campagna a favore dell’uscita.

(il manifesto, 05/04/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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