Morte di un’archistar

Aquatics Centre in the 2012 London Olympic Park, Stratford, London, England, United Kingdom, Europe

Qualche notte fa ho avuto un’esperienza iperreale. Attraversavo l’Olympic Park di Stratford, colossale cattedrale nel deserto, costruita per le olimpiadi del 2012 e consegnato puntualmente al disuso più totale. Ero Solo. Migliaia di metri quadrati di strutture sportive perfettamente deserte ma illuminate in un caleidoscopio disneyano mi sussurravano la loro costosa inutilità.  Poi sono passato davanti al London Acquatics Centre, lo stadio del nuoto di Zaha Hadid che,  silenziosamente sdraiato su un fianco come una grande balena spiaggiata,  era l’unico edificio a non sembrare un rendering. E ne ho ammirato le forme. 

Zaha Hadid se n’è andata in un ospedale di Miami. Aveva 65 anni ed è stata un architetto stellare. La sua è stata una carriera difficile, solo dopo molti anni ha cominciato ad essere capita e, cosa più importante per un architetto, costruita. Nemmeno a fama pienamente raggiunta le controversie l’hanno del tutto abbandonata, come nel caso della commessa per lo stadio di Tokyo, un progetto elefantiaco i cui costi sono schizzati fuori controllo e che le era stata ritirata di recente. Certo, anche il MAXXI di Roma è un posto che ruba la scena a quello che dovrebbe contenere: ma non fa che esprimere un problema di protagonismo che oggi riguarda un po’ tutti, dai maniaci dei selfie agli architetti siderali. Qualche anno fa ho avuto il privilegio di trascorre con lei un’ora intera per “Casa Vogue”: un esperienza brillante e temibile in cui assistetti alla distruzione live del suo ufficio stampa (la persona, non il luogo). 

Il suo inglese, non ancora del tutto addomesticato nonostante sia in UK da decenni, riecheggia con tono strascicato sulle superfici ricurve del suo enorme salotto, dove predomina un bianco latteo. Non è che l’ingresso di casa Hadid, nella quale si arriva direttamente dall’ascensore. Qui la sacerdotessa del modernismo barocco, una delle tante definizioni del suo inconfondibile stile, ci ammette alla sua presenza.

Ha un che delle sibille michelangiolesche Zaha Hadid, gli occhi profondi tradiscono un sapere ignoto. Più impegnata di un capo di stato, contesa in ogni dove, riuscire ad avere un colloquio con lei è un’impresa. Ma quando finalmente ci riusciamo, tre mesi dopo il primo appuntamento, ne vale davvero la pena. Non nel vasto studio, dove lavorano centinaia di brillanti architetti il cui vestiario non contempla altro che il nero: Miss Hadid, «Mi chiami Zaha», ci riceve in casa. La sua attività febbrile la porta a disegnare di tutto, dalle scarpe (Footwear Collection, per Lacoste) ai rubinetti. “Radicale” la definiscono ancora, “estrema”. «Circa 25 anni fa, feci una mostra alla AA (l’Architecture Association di Londra); uscì un articolo sul Financial Times che si riferiva a noi come a un “atto terroristico”. Per me era un gran complimento». Si sa, molti inglesi in fatto di architettura sono stati un po’ bacchettoni, almeno fino agli anni Ottanta. «Ma non a livello di istruzione e applicazione. Gli stessi che ancora cercano di sabotare il futuro proprio non hanno la minima idea di cosa gli succeda intorno. Negli ultimi venti, trent’anni in Europa il clima si è fatto favorevole, quasi esuberante, soprattutto grazie all’economia in crescita: ebbene non c’è traccia di tutto questo nella City [di Londra, Ndr]».

Non le interessa leggere questo fenomeno in chiave culturale, a lei interessa l’architettura. In Francia e soprattutto in tempi recenti in Spagna, in Catalogna, nei Paesi Baschi, è stato tutto un fiorire. E l’Italia? «L’italia è un’altra storia. In Italia c’è interesse, ma mancano le infrastrutture per realizzare». Ma non è il nostro patrimonio storico artistico a frenare l’immaginazione. In fondo, il suo MAXXI, il primo museo italiano per l’arte contemporanea, a Roma, è quasi (doveva esserlo due anni fa) finito. «In Italia piacerebbe vedere nuove cose, ma mancano i mezzi per farle. Troppo complicato con un nuovo governo ogni tre anni. Ma c’è entusiasmo. Certo, ci sono anche lì i conservatori, quelli che non vorrebbero stranieri. Ma almeno fanno i concorsi per nuovi progetti, è già qualcosa, anche se poi non li realizzano».

Già, i conservatori. Come Andrés Duany, architetto americano fautore del New Urbanism, amico di Prince Charles e probabile fonte dell’odio appassionato di questi per l’architettura moderna. Di passaggio a Londra per una conferenza, ha fatto strage degli esempi architettonici della capitale dal secondo dopoguerra in poi. «Duany è male informato. Tutto o quasi quello che è stato fatto in GB nel secondo dopoguerra è stato demolito. Per me è una specie di tragedia. Non bisognava necessariamente tenere tutto, ma almeno comprenderne i meriti. Duany vuole far risorgere un ideale passato di città che non funziona: non puoi ricreare la cittadella medievale ghettizzata, fatta di piccole casette e di piazze. È un’idea claustrofobica, non c’è veduta: chi ci va in quelle piazze? Nessuno». Per Zaha, il modernismo è stato un periodo interessante, ideologico. «C’era l’ambizione di rivisitare la città, le grandi pianificazioni, la discussione su come viviamo, ragioniamo e lavoriamo». Ma era anche dogmatico. Questa nostra epoca, invece, «Ha la complessità alla sua radice. I reazionari criticano la modernità senza sapere veramente di cosa parlano: dicono che è fatta di facciate noiose ma non capisco che intendano. Non comprendono la spazialità: l’architettura come esperienza dello spazio. Discutono tutto soltanto da un punto di vista di prospettiva visuale, senza tenere conto l’impatto sulle strade e sulla funzionalità».

Finora, la guerra ai filistei è stata possibile grazie alla crescita esponenziale dell’economia. Ma con il capitalismo in gramaglie, la loro revanche è più plausibile che mai. Hadid ha quattro progetti faraonici tra Dubai e Abu Dhabi (tra cui il fantastico Performing Arts Centre, con le finestre a metà tra le ali di una libellula e una foglia). «Al momento non so davvero dire che cosa succederà, sarebbe davvero triste se finisse tutto. Temo che la situazione economica possa essere usata come scusa per un ritorno a progetti conservatori, con i soliti appelli al decoro e alla moderazione».

Il futurismo sfacciato dei design di Zaha Hadid, che per la cronaca ha un partner professionale, Patrik Schumacher, evoca il digitale, ma lo precede di almeno un ventennio. Né lei è stata una dei primi a usare i computer. «I nostri disegni, che erano molto complessi, furono in un certo senso i precursori di molti di quei programmi. Era la fine degli anni Settanta. Esistevano sì i computer, ma erano rudimentali. Era tutto fatto a mano: la digitalizzazione avrebbe preso piede veramente solo a metà anni Novanta». Per questo i suoi quadri preparatori sono considerati opere d’arte a sé. E quelle forme, sbrigativamente dette oganiciste: «Non nego che siano forme naturali: ma non ci sono arrivata dall’osservazione della fauna marina. Io vengo dal paesaggio, dalla massa fisica come ripensamento del concetto di edificio modernista. Non si può reinventare la ruota tutti i giorni. Ma puoi reinventare il modo di inventarla».

Una donna leader in una professione dominata dagli uomini. C’è riuscita nonostante o grazie al fatto di essere una donna? «Una donna porta nella professione un bagaglio ovviamente differente. All’epoca non c’erano stereotipi su quello che un architetto donna potesse o dovesse fare. Certo, c’era la misoginia generica: ma c’era anche, paradossalmente, una maggiore libertà creativa. Delle cose che ho fatto, molte è stato perché ero una donna: non sarebbero state accettate se fossi stata un uomo. Ma è anche vero che se fossi stata un uomo ci sarei arrivata prima. O forse no».

Avere un carattere forte è stato fondamentale, ma non senza svantaggi. «Più si ha carattere più ti attaccano». Non sono riusciti a domarla, «Ma ci hanno provato parecchio. E ancora ci provano». Negli anni Novanta, dopo più di un decennio in cui si era guadagnata la nomea di architetto visionario “non costruibile”, il suo progetto più ambizioso, un teatro d’opera per la città gallese di Cardiff, viene respinto. Pochi emergenti si sarebbero ripresi da un colpo simile. «Era un bivio: lasciar perdere tutto o lavorare al prossimo progetto. Dal ‘94 al ‘98 è stato il periodo in cui abbiamo lavorato di più, giorno e notte senza essere pagati, per preparare altri concorsi. Le persone attorno a me hanno saputo darmi una grande forza, soprattutto Patrik. Cosa li fece restare?» si chiede Zaha, in un perfetto esempio di domanda retorica.

(Casa Vogue, aprile 2009)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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