Brexit in the Sky with Cameron

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Da consumato esperto di contraddittori qual è, David Cameron ha affrontato il primo grande dibattito televisivo della campagna referendaria: un’intervista con Faisal Islam, il caporedattore politico di Sky News24, con tanto di (nemmeno troppo velatamente ostile) pubblico in studio. La sua prima grande occasione per incendiare gli spiriti di vibrante estasi eurofila.

Volendo saggiamente evitare lo spettacolo gladiatorio di vari colleghi del suo partito che se le danno a colpi di leave o remain davanti alle telecamere, il primo ministro aveva imposto una serie d’interviste individuali a ciascun esponente (ieri è stato il turno dell’(ex) amico Michael Gove, leader del fronte del Leave) e la sua era, comprensibilmente, la più attesa.

Pur non essendo affatto la Bbc – per tacere di Sky News – quel baluardo di fulgida imparzialità giornalistica che il resto del mondo si ostina a venerare, la serata non ha avuto nulla a che fare con le telegenuflessioni praticate Per Necessità Familiari davanti al potente di turno cui siamo fin troppo abituati in una certa penisola mediterranea.

In 22 minuti di intervista, seguita da domande e risposte, «Dave» ha tenuto il suo terreno non senza una certa fatica. Ha cercato di giocare la parte del leader responsabile, che si occupa del benessere economico del paese. Ma il messaggio sembrava provenire da un ragioniere beige anziché da un leader politico, soprattutto quando ha ammonito che ogni nucleo familiare perderebbe 4.300 sterline in caso di uscita.

Ha operato una strenua difesa della propria rinegoziazione dei trattati a Bruxelles, insistito ad nauseam che il paese si trova in quello che ha accortamente ri-etichettato come «mercato unico» che impone una libera circolazione di uomini e merci e che uscirne significherebbe un immediato aumento dei prezzi e una contrazione dell’economia. Riferendosi a una vittoria del Leave, ha usato spesso l’espressione «ferita autoinflitta».

Islam (ex Channel 4), astro crescente della telepolitica nazionale, lo ha pungolato sulle ridicole promesse fatte sul controllo dell’immigrazione. Cameron ha insistito nell’obiettivo di voler mantenere il livello netto a 100.000 l’anno (al momento è 120.000). L’immigrazione è ora alta «per via dei tempi straordinari che stiamo vivendo. Ma scenderà, dal momento che l’economia europea è in ripresa». Già.

In caso di vittoria del Leave «Cosa viene prima, la terza guerra mondiale o la recessione globale?», gli chiede a un certo punto il giornalista nell’ilarità generale, ironizzando sui toni da tregenda che si levano da quasi tutti i consigli di amministrazione della grande impresa nazionale e del settore finanziario rispetto all’uscita. Quanto al «mamma li turchi» innescato dal triste baratto fra Merkel e Erdogan per l’erezione della muraglia turca antimigranti Cameron lo ha così liquidato: «Ci metteranno 3000 anni a entrare nell’Ue». Si chiama visione di lungo periodo.

Non sarà stata una débâcle, quella di Cameron a Sky, e d’altro canto ha dalla sua parte voci non esattamente minoritarie come il Fmi, l’Ocse, i sindacati della Tuc e Mark Carney, il governatore della Bank of England. Ultima in ordine di tempo, un’istituzione che da sempre ha fatto della difesa dei diritti dei lavoratori la propria bandiera, la JPMorgan: a rischio 4000 posti di lavoro se Brexit, hanno ammonito. Ma è dentro al suo partito sfrangiato, dove abbonda lo scontento per come ha gestito la bollente patata referendaria che per lui si prepara il redde rationem.

(il manifesto, 04/06/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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