Stop the clocks

 

Tempo scaduto. È il momento di votare senza voltarsi. Di chiudersi nel silenzio della cabina e confrontare i propri demoni elettorali in una manciata di secondi. Di pensare un’ultima volta se davvero si vuole dire addio per sempre alle vacanze a basso costo in Spagna in cambio di qualche negozio di alimentari polacco in meno.

Oggi urne aperte dalle sette fino alle ventidue in 41000 sezioni elettorali suddivisi in 382 circoscrizioni, ciascuna limitata a un massimo di 2500 votanti. Si vota in Inghilterra, Galles, Irlanda del Nord, Scozia e Gibilterra. Gli aventi diritto sono circa 50 milioni. I soliti sondaggi danno il solito risultato: 49% leave, 51 remain. Filo di lana, che vinca l’uno o l’altro. Vedremo se il sondaggista è ancora una professione necessaria o se può essere rottamata come il bigliettaio sui mezzi pubblici. Exit polls? Non ce ne saranno, il risultato definitivo sarà reso noto al mattino di venerdì.

Dentro quel seggio si troveranno di fronte, un po’ come il protagonista Neo nel film Matrix, le due pillole: la rossa del Sì che contiene la dolorosa realtà del remain e la blu del No, la beata ignoranza del leave. Non c’è pillola bianca, il centrismo nei referendum per fortuna non esiste. È make or break, come si dice qui, bisogna ingoiare e uscire.

Sono previsti Canadair di pioggia soprattutto sul sudest del paese, e pare che la cosa favorisca il Leave: e come il festival di Glastonbury, dove già comincia ad affluire pubblico – poi ci si lamenta che i giovani non votano –, questo referendum sarà un grande rito di espiazione collettiva nel fango.

Finalmente l’evento ha assunto la dimensione spettacolare che gli spettava, dopo il potente scontro televisivo al quale hanno partecipato due squadre per il Remain e il Leave davanti a un pubblico di seimila spettatori in diretta Bbc dalla Wembley Arena, a loro volta divisi in team pro o contro Brexit per le sconfinate platee di “pubblico a casa”. Senza esclusione di colpi e con gragnuole di accuse da una parte e dall’altra, Gisela Stuart (Lab), Boris Johnson e Andrea Leadsom (Tory) per il leave e Frances O’ Grady (leader del sindacato Tuc), Sadiq Khan e Ruth Davidson per il remain si sono scontrate in questo palio del Brexit. Un altro scontro titanico è previsto mercoledì sera su Channel 4, moderato dall’immoderato Jeremy Paxman. L’ultima sparata storiografica in salsa Sturmtruppen spetta però al solitamente compunto Michael Gove: il co-leader del Remain ha paragonato gli economisti che hanno espresso preoccupazioni per l’economia in caso di Brexit agli scienziati prezzolati dai nazisti per smentire le scoperte di Albert Einstein.

Nel complesso, un confronto in cui hanno primeggiato il neo sindaco Labour di Londra Sadiq Khan e la neoleader dei Tories scozzesi (fino a poco tempo fa un ossimoro) Ruth Davidson, accomunati da un quasi sadico piacere nell’attaccare il povero Boris Johnson, reo di cambiare idea su tutto ogni volta che gli fa comodo. E durante il quale è emerso che la vera colonna portante del dibattito, a parte l’economia e il “ruolo della Gran Bretagna nel mondo” è l’immigrazione che eccita gli animi come nient’altro. Se ne è avuta conferma evidente proprio martedì sera. A proposito, nessuno davvero sa cosa accadrebbe in caso di uscita ai tre milioni di cittadini europei che già vivono e lavorano in Uk. Nulla, ha spergiurato il Leave, ma un esperto di diritto dell’Ue citato dal Guardian ha ridimensionato la promessa: i diritti acquisiti non sarebbero del tutto al riparo in caso di uscita.

A prescindere dall’esito del referendum, secondo gli psefologi è ormai abbastanza chiaro che Londra e la Scozia voteranno in maggioranza per restare, mentre le zone costiere orientali e la regione centrosettentrionale delle Midlands per uscire mentre il Galles resterà in bilico. È uno dei modi in cui questo referendum – e i toni che sono stati utilizzati per dibatterlo – ha spaccato il paese, dopo aver centrifugato i conservatori. Ha e diviso famiglie e amicizie, dato una platea a una destra impresentabile e – indirettamente, certo – prodotto un efferato omicidio.

Ieri Jo Cox, la deputata laburista dello Yorkshire assassinata dal fanatico suprematista Thomas Mair lo scorso 16 giugno, avrebbe compiuto 42 anni. A Trafalgar Square c’è stato un evento in sua memoria.

(il manifesto, 23/06/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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