Nina Power: «Restare nell’Ue il male minore»

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Nina Power è senior lecturer in filosofia all’università di Roehampton. Il suo campo di ricerca spazia tra cinema, arte, femminismo, queer theory. Ha scritto il saggio One dimensional woman, edito da Zero Books. Collabora con varie testate, tra cui frieze, Wire, Radical Philosophy, Guardian, Icon, The Philosophers’ Magazine. Le abbiamo chiesto una valutazione sulla campagna referendaria e suoi possibili esiti.

Dr Power, che effetto potrà avere sull’esito referendario l’omicidio Cox? 

L’assassinio evidenzia chiaramente un serpeggiare d’idee fasciste aggravato dall’instancabile narrativa anti migranti e anti rifugiati del governo e dei media. Il referendum probabilmente esacerberà la retorica anti immigrati a prescindere dal responso delle urne, sebbene un voto per il remain sia la migliore opzione tattica a breve termine. Per il medio e lungo termine, la lotta alle idee fasciste, razziste e xenofobiche dovrà essere priorità assoluta per la Gran Bretagna, in Inghilterra in particolare. Abbiamo bisogno di una sinistra molto forte.

La sinistra britannica, radicale e moderata sembra essere in massima parte per il remain. Qual è la sua posizione?

Per un riluttante remain. Quello che mi preoccupa di una possibile uscita è la condizione dei migranti, soprattutto ora che il governo conservatore ha tagliato i sussidi rendendo impossibile a molti l’accesso all’assistenza legale. Il diritto inglese è profondamente diverso da quello continentale nel senso che non si basa su principi universali come la cittadinanza e Cameron ha insistito molto su un British Bill of Rights che si prospetta come assai tradizionalista e ben lontano dai principi emancipatori e dalle categorie di tipo repubblicano. Si concentra sulla singolarità e l’eccezione britannica, perché non abbiamo mai avuto una rivoluzione: siamo piuttosto un instabile ma efficace amalgama di sovranità e tradizione. C’è un fondato timore per lo status di molti stranieri qui che potrebbero trovarsi costretti ad andare via. Credo si debba votare in maniera “difensiva” e a breve termine. La sinistra radicale in Gran Bretagna al momento è incredibilmente debole, e questo è un problema enorme. Non c’è stata nessuna reale discussione sull’Ue a sinistra e credo che la posizione della lexit (assunta dal comitato Left leave, ndr) si basi su una visione entusiasta ma fantasiosa di una rivolta socialista che monta, quando non sta accadendo niente di tutto questo. Insomma, tra il restare ‘in un club di padroni’ (come lo definiva Tony Benn, ndr) che blocca i migranti con Frontex e uscire rischiando di mettere a repentaglio i destini di molte persone deboli si tratta di scegliere il male minore. Pragmatismo marxista, lo chiamerei.

Ma un ipotetico governo Johnson-Gove post-Brexit che attacca ancora più a fondo lo stato sociale non produrrebbe una reazione forte?

Forse, ma non mi piace quest’ottica che vede un peggioramento delle cose come il preludio di una reazione esasperata, anche perché è ingiusta nei confronti di quelli che ne farebbero di più le spese. E poi è un discorso vecchio.

Corbyn è fondamentalmente euroscettico. Ha abbracciato il remain per meglio difendersi dagli attacchi interni? 

Non credo, e non penso che ne avrebbe a soffrire particolarmente se uscissimo. Mentre per Cameron sarebbe un disastro, con il partito conservatore ridotto a pezzi che precipita nel caos in una specie di sanguinosa corrida. Finalmente si proverebbe la tragica inadeguatezza di uno come Boris Johnson davanti al compito di guidare il paese da solo con le sue doti di grande narciso intrattenitore. E magari con un Trump dall’altra parte dell’oceano: la special relationship che ancora una volta mostra la via al mondo. Il risultato sarebbe catastrofico. E fa paura.

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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