Island is an island is an island is an island

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Se nessun uomo è un’isola, è vero anche il contrario. E la Gran Bretagna di venerdì mattina si è svegliata capovolgendo la celebre massima. L’isola è rimasta isola: lontana dal continente, da quell’Unione con la quale ha convissuto in un frigido matrimonio per quarant’anni che il 52 per cento dei votanti contro il 48 ha deciso di rescindere bruscamente all’alba di ieri. Londra, la Scozia e l’Irlanda del Nord si sono rispettivamente pronunciate al 62 e 55,8% per il remain, ma il Galles al 52,5% e tutto il resto dell’Inghilterra al 57% per il leave. Stavolta i mercati e gli allibratori hanno sbagliato, e alla grande.

È un terremoto che manda in pappa qualsiasi sismografo. Nicola Sturgeon, il primo ministro scozzese, ha immediatamente dichiarato l’esigenza di un secondo referendum secessionista, mentre dall’Irlanda del Nord arrivano segnali analoghi, con il Sinn Féin di Martin McGuinness che reclama la stessa cosa. Ma la frattura più netta è quella socio-generazionale fra un elettorato maturo e soprattutto costiero-rurale, paradossalmente alleato di una working class deindustrializzata, svantaggiata e dimenticata dal grande progetto New Labour – i cui nodi vengono solo ora al pettine – contro l’ecosistema economico e finanziario autonomo di Londra, una città-stato che si vede tarpare le ali dal resto del paese.

La City ha reagito traumaticamente, l’indice calato del 7% prima di riprendersi, mentre la sterlina scendeva ai livelli più bassi della crisi del 2008 e degli ultimi trent’anni, con più di cento miliardi di pound spazzati via dell’indice Ftse. Ci vorranno almeno due anni prima che gli accordi che regolano le contrattazioni cambino, in uno scenario surreale dove si viaggia verso territori inesplorati e senza bussola. Si prevede un esodo bancario verso l’Europa, l’agenzia Standard & Poor’s prevede che la sterlina perderà il rating Aaa per la prima volta dal 1978. Azioni di mega banche come Barclays e Lloyds sono scese del 30%.

Il governatore della Bank of England, il canadese Mark Carney, si è affrettato a dichiarare di avere tutta la liquidità necessaria per far fronte alla crisi, circa 6 miliardi, ma si trova di fronte al dilemma di tagliare ulteriormente i tassi per stimolare l’economia a scapito del bisogno di proteggere la divisa dalle speculazioni. Il rischio per l’economia è quello di una stagflazione, bassa crescita più inflazione. Per adesso non ci sono cambiamenti su libertà di movimento per uomini e merci. Un colosso come il gruppo Bmw, che in Uk produce motori, modelli Rolls Royce e la Mini, non ha ancora annunciato di volersi spostare altrove, ma le maestranze sono in un limbo. Come lo sono il milione di polacchi e i 500.000 italiani che vivono e lavorano nel paese.

Durante la notte sembrava che il remain fosse in testa e lo stesso Farage aveva concesso via social che forse avrebbe perso di misura. Ma man mano che procedeva lo spoglio in tutte le circoscrizioni emergeva un quadro sempre più minaccioso. Tutta l’Inghilterra, a parte piccole aree del Nord attorno a grossi centri come Liverpool, e naturalmente la zona di Greater London, hanno votato compatte per lasciare. Poco dopo le nove ora italiana, in un’accorata dichiarazione davanti a Downing Street, a fianco della moglie, David Cameron ha immediatamente dato le dimissioni, nonostante fosse poco prima circolata una lettera firmata da 84 deputati conservatori fra cui molti euroscettici – compreso il futuro leader in pectore Boris Johnson – che gli chiedeva di restare. «Cercherò di pilotare la nave attraverso i difficili appuntamenti che ci aspettano», ha detto Cameron, per poi precisare che passerà la mano dopo l’estate. Si aprono ora scenari machiavellici nei Tories, dove, paradossalmente, a volere il leave era solo una minoranza di deputati.

Dopo sei anni di premierato, gli ultimi dei quali a maggioranza assoluta, Cameron passerà alla storia come l’uomo che ha sfasciato due «unioni», e forse ora rimpiange di aver vinto le ultime politiche, tredici mesi fa. La sua decisione di promettere questo referendum per placare le irrequietezze vichiane del suo partito sull’Europa è stata la sua fine. Per ora il ministro delle Finanze Osborne resta, ma bisogna vedere per quanto.

E anche nelle file Labour si è aperta la caccia al segretario. La componente parlamentare (Plp) del partito vuole lo scalpo di Corbyn da quando si è insediato nel fragore plebiscitario delle primarie e non aspettava altro che questo colossale trauma per scattare in azione, presentando subito una mozione di sfiducia.

Il segretario ha condotto una campagna per il remain flebile e timida. L’iniziativa è di due senior backbencher del partito, Margaret Hodge e Ann Coffey, secondo le quali Corbyn dovrebbe fare «la cosa decente» di seguire Cameron in esilio. Con l’idea che «il referendum è stato un test di leadership e Jeremy non lo ha passato». Al coro di dissensi si è unito poi anche l’ex ministro Ben Bradshaw. Corbyn ha pacatamente invitato la fronda a desistere in un’intervista tv dopo aver cancellato un’apparizione al festival di Glastonbury. Dove diluvia.

(il manifesto, 25/06/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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