Boris. (Il ministro, non la serie)

Totally Thames festival

Con Boris Johnson agli Esteri è sempre «il bello della diretta». E se le sue gaffe talvolta flirtano con l’idiozia, talaltra puerilmente ammettono verità del tutto ovvie benché avvolte nell’ipocrisia delle relazioni internazionali. Con esiti diplomaticamente deleteri per il governo che rappresenta.

Parlando la scorsa settimana alla conferenza «Rome Mediterranean Dialogues» della situazione disperata in Siria e in Yemen come del risultato di una carenza di leader politici forti nelle regioni, Johnson ha accusato la sunnita Arabia Saudita e lo sciita Iran di combattere guerre per procura in Yemen e Siria, dando del «burattinaio» alle due teocrazie.

«Ci sono politici che piegano e abusano della religione e di differenti ceppi della stessa religione per portare avanti i propri obiettivi politici», ha detto, rischiando così di silurare in modo spettacolare le fatiche di Theresa May, proprio in quel momento di ritorno da una visita ufficiale in Arabia Saudita con lo scopo di confermare il proseguimento degli attuali rapporti commerciali e finanziari fra i due paesi e caldeggiarne la stipula di nuovi. Per Johnson sarebbe la mancanza di «leader visionari» nella regione, il cuore del problema: «Per questo ti ritrovi i sauditi, l’Iran e tutti quanti invadere, fare i burattinai e combattere guerre per procura». Una frase difficilmente gradita alle orecchie della monarchia saudita, al momento impegnata nel sostenere militarmente il presidente yemenita contro i ribelli sciiti Houthi, a loro volta sostenuti dall’Iran in una guerra civile che ha mietuto 12mila morti in otto mesi.

Subito la dichiarazione, ripresa dal Guardian, è stata quasi stizzosamente minimizzata da un portavoce del n.10 di Downing street che si è affrettato ad avvertire che le opinioni del ministro «sono personali» e «non rispecchiano quelle del governo».

A rincarare la dose d’imbarazzo ci ha pensato il diabolico tempismo di Johnson, che si è espresso poco prima di partire a sua volta per Ryad proprio mentre ne faceva rientro May. E da dove si è limitato, in una conferenza stampa riparatrice, ieri, a «enfatizzare l’amicizia» fra i due paesi, esprimendo nient’altro che una generica «profonda preoccupazione» per la situazione umanitaria in Yemen. Quelli che, nel suo partito e fuori, speravano avrebbe dato seguito a quanto detto a Roma sono rimasti prevedibilmente delusi. Dopo tutto, in gioco ci sono sette miliardi di sterline in esportazioni, tra cui copiose commesse in armamenti (gli stessi utilizzati per bombardare i ribelli yemeniti) e gli immensi investimenti finanziari dei paesi del Golfo in Uk.

Resta il fatto che quella che prima era un’impressione, ormai è certezza: Theresa May ha ufficialmente un problema Johnson, bimbo sincero che dice ad alta voce che l’imperatore è nudo. Non dategli troppo addosso, dicono i suoi ammiratori: sta solo imparando il suo nuovo mestiere. Eppure la premier l’aveva annunciato tempo fa, e scherzando nemmeno troppo: potrebbe decidere di abbatterlo, come fa il padrone di un cane disobbediente quando non gli è più necessario.

(il manifesto, 13/12/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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