Toga! Toga! Toga!

Era ampiamente previsto, e le previsioni si sono avverate. La Corte suprema britannica ha infine confermato in appello lo schiaffo già vibrato al governo May lo scorso giugno, quando l’Alta corte aveva decretato necessario un voto parlamentare per innescare il meccanismo di uscita dall’Ue, l’atto di notifica che mette in moto l’abbandono dell’Unione Europea attraverso l’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Una maggioranza di otto togati contro tre ha confermato il recente parere dei colleghi dell’Alta corte: questi avevano considerato consultivo – quindi non vincolante da un punto di vista giuridico – l’esito del referendum, confermando la necessità di una legge parlamentare ad hoc e di un relativo voto delle Camere. E ha negato diritto di veto ai tre parlamenti evoluti di Scozia, Galles e Irlanda del Nord che non potranno tenere a loro volta un referendum su Brexit, una decisione che ha già spinto la premier scozzese Sturgeon sul sentiero di un IndyRef 2, un secondo referendum secessionista.

È una decisione che non intende impugnare il contenuto del voto popolare, ma soltanto la forma. L’articolo 50 non sarà messo in moto dai cittadini (pur attraverso il governo), bensì dal parlamento, e dunque nel pieno rispetto della tradizione costituzionale che vuole la Gran Bretagna una democrazia parlamentare. Il governo ha inghiottito stoicamente. Deluso dal verdetto, ha tuttavia assicurato che farà «tutto il necessario» perché questo sia applicato nella sua interezza.

Tutto era partito dal ricorso presentato all’inizio di novembre dalla manager Gina Miller e altri imprenditori contro la decisione di Theresa May di avvalersi in questo caso della Royal prerogative: poteri speciali (e tardo settecenteschi) di cui il sovrano investe l’esecutivo, autorizzandolo a scavalcare il parlamento in talune questioni diplomatiche.

Una sconfitta politica per la premier, che oltre ad aver confermato la draconiana data di scadenza del 31 marzo, sembra finora intenzionata a imboccare la strada della cosiddetta uscita «dura» (hard Brexit: fuori del mercato unico e forse dall’unione doganale pur di controllare l’immigrazione). Perlomeno così lasciava intendere il suo recente discorso a Davos, dove May ha minacciato gli ex partner europei di trasformare il Regno Unto in una gigantesca Lussemburgo a suon di elusione fiscale e di una corporate tax così bassa da far invidia alle isole Cayman.

Tuttavia, il percorso politico da qui alla libertà dal giogo europeo si fa accidentato. La notifica dell’articolo 50 dovrà alternarsi a un iter legislativo che potrebbe a sua volta rivelarsi problematico, benché si tenda a escludere che i deputati votino contro sia ai Commons che ai Lords, su una questione che attraversa in modo trasversale tutti gli schieramenti. Oltre alla scrittura di una legge apposita, l’Article 50 Bill, che secondo fonti citate da Sky News, il governo sarebbe sul punto di presentare già giovedì, non si escludono emendamenti che potrebbero rallentare un processo la cui lunghezza, vastità e complessità rendono finora un unicum nella storia delle istituzioni europee dal 1945 a oggi.

Colto in un’inevitabile confusione circa la posizione univoca del suo partito in materia – e che gli infaticabili detrattori del segretario considerano sua stessa responsabilità – Jeremy Corbyn ha fatto voto di non interferire nel merito della questione. Il Labour non voterà contro dunque, ma si riserva il diritto di aggiungere ed emendare il testo che il governo May si trova ora inesorabilmente costretto a produrre. Corbyn ha confermato che il partito non ha alcuna intenzione di andare contro la volontà popolare espressa dal referendum, ha confermato risolutezza nel voler trovare un varco di accesso al mercato unico senza intaccare minimamente i diritti dei lavoratori e le tutele sociali ed ambientali del lavoro, ma ha ribadito la volontà di impedire al governo di trasformare la Gran Bretagna in un paradiso fiscale oltremanica. «Il partito laburista chiede formalmente al governo di sottoporsi alla verifica del Parlamento per tutta la durata dei negoziati, nonché un voto significativo per assicurare un piano che l’accordo finale riceva l’approvazione parlamentare», ha detto Corbyn.

(il manifesto, 25/01/17)

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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