Le bombe della zia May

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Alla fine Theresa May ha preferito accodarsi al punitore francoamericano in fretta e furia pur di non consultare il Parlamento, ben sapendo che la via democratica alle bombe le sarebbe stata sbarrata in aula.

DOWNING STREET si è arruolata nei tre bombardieri di Dumas/Macron telecomandati da Trump approfittando del fatto che Westminster sta dimostrando la propria subalternità a una Washington che non crede alla propria fortuna di avere finalmente un presidente francese che obbedisce perché è yankee dentro, frutto di una generazione finalmente insensibile alle piazzate di tromboni nazionalisti come de Gaulle o Chirac. Il fatto che May abbia una non-maggioranza puntellata dalle sentinelle in piedi del Dup e che Jeremy Corbyn sia il primo leader in quasi mezzo secolo di un’opposizione degna di questo nome, hanno fatto il resto.

NEL GIUSTIFICARE una decisione peraltro in perfetta linea con la tradizionale special relationship che incapretta i destini del Paese all’alleato americano finché mercato non li separi, May ha detto di non avere avuto alternative. «Era un’azione chiaramente destinata al regime siriano», ha detto la premier, ma anche a tutti coloro cui saltasse il ghiribizzo «di usare armi chimiche con impunità». Peccato che le alternative a mancare fossero quelle all’obbedienza a Washington, che hanno imposto un attacco militare per il quale nel Paese non c’è alcun appetito, soprattutto dopo i disastri iracheni: disastri che il ministro degli Esteri Lavrov e l’ambasciatore russo a Londra Yakovenko rinnovellano gongolanti e a piè sospinto nelle conferenze stampa propagandistiche sull’affaire Skripal.

«NON C’È DECISIONE più grave che possa prendere un primo ministro che quella di condurre le truppe nazionali in combattimento, e questa è stata la prima volta che ho dovuto farlo» ha proseguito May. Dopo l’espressione dell’enorme-debito-di-gratitudine-ai-nostri-ragazzi di prammatica, la premier ha espresso la falsa rassegnazione di chi deve giustificare la propria presenza accanto a un partner più forte in un atto di prepotenza: «Avremmo voluto seguire un percorso alternativo, ma in questo caso non ce n’erano. Non possiamo lasciare che l’uso di armi chimiche sia normalizzato: che accada in Siria come – riferendosi direttamente all’altro enorme motivo di conflitto con Mosca, l’avvelenamento degli Skripal con agente nervino – sulle strade della Gran Bretagna. Abbiamo restaurato il consenso generale sul fatto che le armi chimiche non vadano usate», ha continuato May, per poi rispolverare l’adagio che timona il vascello britannico dai tempi di Francis Drake: «Questa azione è nel nostro interesse nazionale». La lezione della storia è che «quando le regole che ci mantengono sicuri vengono minacciate dobbiamo prendere posizione e difenderle», ha proseguito, deliberatamente ignorando quanto poco lo stillicidio di bombardamenti occidentali, che martoria il medio oriente da decenni, giovi alla sicurezza dei cittadini britannici sulle strade delle loro città.

MAY HA CONCLUSO: «Questo è quello che il nostro Paese ha sempre fatto ed è quello che continueremo a fare». Quest’ultimo proposito è particolarmente inquietante giacché una simile esibizione muscolare non fa altro che rafforzare la determinazione del macellaio – e figlio di macellai – Assad a resistere, per tacere della ormai polverizzata chance di riportare i rapporti con i nazionalisti russi di Putin suoi alleati a un livello decente. Appare chiaro come l’umanitarismo peloso di simili iniziative altro non sia che la facciata di una guerra per procura, una guerra che Usa, Nato e Israele combattono in Siria contro Russia e Iran sotto gli occhi di un’Ue passiva e impotente.

L’IRRILEVANZA del ruolo occidentale in Siria, dove migliaia di persone da otto anni continuano a morire uccise da armi non chimiche, ne esce casomai rafforzata. Secondo Jeremy Corbyn, che aveva chiesto un sopralluogo dell’Onu che accertasse l’uso di armi chimiche nell’attacco a Douma, May avrebbe dovuto convocare un dibattito a Westminster. «Ha detto che c’è una base legale per quest’intervento, ha dichiarato il leader Labour, le ho chiesto in una lettera di esibirle in parlamento». Che si riunisce in sessione lunedì dopo le vacanze pasquali. È in quella sede che Theresa May dovrà giustificare, nei prossimi giorni, la propria fuitina bellicosa.

(il manifesto, 15/04/18)

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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