Brexistentialism

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Il governo May con gli otto ministri dimissionari in rosso

Come la più coriacea delle amazzoni, Theresa May resta in sella. Il summit governativo della settimana scorsa, la prima vera resa dei conti politica nello psicodramma brexitstenzialista che attanaglia la Gran Bretagna da ormai due anni, ha prodotto le ultime due defezioni in un governo dove ormai i dicasteri hanno porte girevoli.

È stato il momento in cui la guerra civile permanente sull’Europa che da secoli agita il partito conservatore – la stessa che il sagace David Cameron aveva pensato di sedare temporaneamente giocando d’azzardo con il diabolico referendum e perdendo – è giunta alla resa dei conti fra le due anime del partito: da una parte l’ideologia tardo-ottocentesca dei nostalgici dell’impero (prigionieri di un’illusione alla Good bye, Kipling!, per parafrasare il film di Wolfgang Becker), dall’altra il «pragmatismo» neoliberale dei centristi, di cui May è tornata improvvisamente capofila.

Le tre pagine della bozza di venerdì che hanno causato l’involamento dei ministri David Davis (Brexit) e Boris Johnson (Esteri) cercano di aprire il più possibile a un’uscita «morbida» dove, in buona sostanza, ci si piega all’accettazione di un’area di libero scambio fra Uk e Ue pur di evitare dazi e la frontiera dura fra le Irlande, nonché, punto sensibilissimo per gli euroscettici, della preminenza delle Corte europea di giustizia in materia legale.

In questo senso le dimissioni di due euroscettici eccellenti come Davis e Johnson sono un problema in meno per May: il primo, a Bruxelles, lo si è visto non più di un paio di volte in un anno (il nome che conta lì è il referente di May, Olly Robbins); quanto a Boris, figura spettacolare che una volta strappata al proprio elemento mediatico e gettata in mezzo alle crude pieghe del reale ha debitamente disilluso i (non) pochi pronti a giurare sulle doti intellettive, esce di scena dopo aver distrutto la reputazione del Foreign Office.

Ma peggio ancora delle gaffes, del razzismo e del carrierismo al quale ha sempre risolutamente subordinato «l’interesse nazionale» è stato forse il tempismo della defezione: mollare quel ministero in un momento in cui il Paese è in crisi lancinante con la Russia di Putin (aggravata ulteriormente dalle due vittime civili di Salisbury), tanto per citarne una, Johnson brucerebbe la concorrenza nella corsa al primato di peggior ministro degli Esteri della storia recente, con i giornali di ieri pieni di campionari dei suoi pateracchi. La certezza dell’inadeguatezza del politico è poi autorevolmente sigillata dal giudizio (positivo) espresso su di lui da Donald Trump.

Dove lascia May tutto questo? Nel posto più sicuro dove trovarsi in mezzo a un ciclone: l’occhio. Abituata ormai a sostituire i ministri come asciugamani (sinora ne ha persi solo otto), continua a farsi scudo della propria insostituibilità, forte di una dedizione religiosa al mandato come del fatto di essere una cima tempestosa rispetto ai suoi concorrenti politicamente non ancora bruciati, per tacere del fatto che la paventata alternativa sarebbe un governo Corbyn. Ecco dunque, da contestato ministro della Sanità (e a sua volta sostituito da Matt Hancock), Jeremy Hunt planare alla scrivania di Johnson. Hunt è un ex-remainer, quindi non sarà un problema. Quanto al biforcuto Michael Gove, ex compagno di merende di Johnson nella campagna referendaria, per il momento giura fedeltà.

Fuori, la base parlamentare degli euroscettici strepita di tradimento della volontà referendaria, di «Gran Bretagna come stato vassallo-colonia dei burocrati di Bruxelles»: per loro May, con il famigerato libro bianco che sarà presentato giovedì e conterrà la linea ufficiale del governo prima di sedersi al tavolo con Bruxelles, andrà a negoziare una Brexit mutilata, costosa e insoddisfacente. Non avranno i numeri per innescare una sfida alla leadership, ma hanno promesso battaglia lungo tutto l’iter.

E questi non sono che gli spasmi interni al partito. Il vero momento della verità sarà naturalmente il verdetto dei 27 su proposte non unanimi, costate finora due anni di discussioni a vuoto e otto ministri. A favore di May potrebbe pesare la paura dell’Ue di veder concretizzarsi il rischio di una Brexit dura – lugubre prospettiva per tutti ma che ambo gli schieramenti giurano sia più grave per la controparte – a indurre Bruxelles ad assumere l’atteggiamento più conciliante nel valutare la tormentata linea negoziale che May sta strenuamente cercando di tratteggiare, ora che ha attenuato le posture oltranziste che mesi addietro le avevano garantito il sostegno degli «uscitisti duri».

 

(il manifesto, 11/07/18)

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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