La marcia dei rimasti

Bandiere europee a Londra alla marcia della campagna pro-Ue People's Vote

Sono scesi a Londra da ogni contrada del Paese, molti dal nord, il milione circa di persone della manifestazione anti-Brexit/pro secondo referendum. Non solo le «èlite», quelli che non ci stanno a uscire dall’Ue, che amano il vino francese, le vacanze in Spagna, l’opera italiana e leggono il Guardian, ma anche moltissimi giovani, quelli che si sentono traditi dalla scelta gretta della borghesia proprietaria, tutta patria famiglia e corona del sud come da quella delle comunità ex-operaie del nord deindustrializzato da Thatcher.

Una colorata anaconda umana si è snodata pacificamente lungo il percorso stabilito: concentramento a Park Lane e poi lungo Piccadilly, giù verso Trafalgar Square per confluire infine a Westminster: proprio lì dove ci si ostina a ignorare le ragioni di un secondo referendum, dove non si vuole ascoltare il grido di sovranità prima solo invocata, adesso pretesa, nel nome di quel Put it to the people, rimettetela al popolo una seconda volta questa scelta, come recita lo slogan del principale comitato organizzatore, l’interpartitico People’s vote.

Manifestazione massima finora del suo genere, più dei 700mila (secondo gli organizzatori, 250mila secondo la polizia come al solito) richiamati dalla precedente lo scorso ottobre e che rivaleggia con il corteo finora più vasto della storia recente di un Paese che in piazza, in queste proporzioni, non ci è mai sceso: quella contro l’invasione dell’Iraq del 2003.

Che raccoglie le voci del 48% (è bene ricordare la vittoria abbastanza di misura del leave nel giugno 2016): una percentuale verosimilmente aumentata, ora che a distanza di quasi tre anni di logoranti trattative le centinaia di pagine di accordo di uscita negoziato dal team di Theresa May con la controparte europea è buono più o meno come fermaporta. E mentre l’incubo del no deal la prossima settimana non è ancora del tutto estinto, nonostante sia stato reso assai meno probabile dagli ultimi febbrili sviluppi della settimana scorsa.

Spiccava, in mezzo ai cartelli pieni di arguti giochi di parole, molti dei quali decisamente goliardici, il blu della bandiera stellata dell’Ue, assieme all’Union Jack e a qualche croce di S. Giorgio, la bandiera inglese, listata a lutto. Una marcia per due unioni in realtà: se la Gran Bretagna uscisse davvero senza accordo la premier scozzese Nicola Sturgeon scalderebbe di nuovo i motori per un secondo referendum per l’indipendenza, rischiando di minare irreparabilmente l’unità del regno.

Assieme a Sturgeon erano presenti vari notabili di Westminster, da rilevare soprattutto la partecipazione del moderato vice di Corbyn, Tom Watson, che ha tenuto una resistibile arringa sul palco a Westminster mentre il corteo continuava a riversarsi davanti al Parlamento (Watson è una sorta di contrappeso centrista di Corbyn, messo lì per placare le fronde isteriche del gruppo parlamentare d’ispirazione liberal-blairista che ancora vive la sua leadership come un brutto sogno).

Assieme a Watson anche la transfuga Tory remainer Anna Soubry (fatta oggetto di minacce di morte in questi ultimi giorni quando è ancora tragicamente fresca la memoria dell’assassinio della deputata laburista Jo Cox a opera di un estremista di destra) e altri. Corbyn, non a caso, non c’era.

Un segnale indubbiamente forte quello di ieri a Londra, che si somma alle circa quattro milioni di firme raggiunte da una petizione online sul sito web del governo in pochi giorni per la revoca dell’articolo 50. Come vuole Jeff, sulla sessantina, venuto in pullman dal Gloucestershire con la moglie: «Qualcosa deve succedere, basta guardarsi in giro se ne vedono i segni. C’è molta gente arrabbiata per quello che sta succedendo». A votare per il leave è stata «la parte meno produttiva della popolazione, gli anziani e i lavoratori non qualificati: qui, invece, c’è il motore del paese». Jeff era nel partito laburista, ora non più.

Sally, dallo Yorkshire assieme a un gruppo nutrito, invece se la prende con Cameron: «È colpa sua se ci troviamo in questo caos, noi siamo europei e dobbiamo avere un buon rapporto con i nostri vicini, la confusione che ormai regna in questo Paese mi leva il sonno la notte. Ora sappiamo esattamente cosa significa stare dentro o fuori l’Europa, per questo dobbiamo rivotare. I nostri standard sono commercio, ma anche moralità».

Per Nick, meno di venticinque anni, «un secondo referendum non peggiorerà le divisioni già esistenti tanto quanto un no deal. Il nord è povero e Brexit non farebbe altro che peggiorare la situazione».

Come sempre succede per le manifestazioni, non importa quanto oceaniche, forse queste richieste resteranno lettera morta. Perlomeno fin quando Theresa May rimarrà a Downing Street. Ma dato che le possibilità che sia ancora lei a portare avanti questo travaglio dopo gli spettacolari rovesci della settimana scorsa sono a loro volta esigue – le voci del partito che vogliono si faccia da parte sono tornate prepotentemente a levarsi con i pretendenti, Gove, Johnson, Rudd, Hunt, che si preparano alla pugna – quella di un secondo referendum è una possibilità che resta improbabile ma possibile.

Soprattutto se May si vedrà bocciare l’accordo dall’aula per la terza volta la prossima settimana: probabilità tanto alta da aver indotto la premier a mettere in forse il voto stesso.

In quel caso l’Ue avrebbe concesso una terza estensione prima dell’uscita, che però obbligherebbe il Paese a partecipare alle elezioni europee di maggio. Mentre l’enorme corteo si scioglie pigramente, gli sviluppi possibili di questo colossale guazzabuglio rimangono tutto e il contrario di tutto.

 

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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