Non mollare May

È cominciata l’ennesima settimana più importante a Westminster dalla crisi di Suez o, per chi preferisce, dall’avvento al premierato di Winston Churchill (ormai si susseguono da mesi). Dopo l’imponente manifestazione di massa di sabato pro-secondo referendum e i cinque milioni di firme alla petizione online per la revoca dell’articolo 50 e la cancellazione della British exit, gli ingredienti per consolidare la paralisi del parlamento sono tutti ancora lì.

Nonostante le ripetute voci che nelle ultime 48 ore la vedevano finalmente rassegnata a farsi da parte, con tanto di toto nomi (David Lidigton? Michael Gove?) di chi è pronto a succederle come reggente, Theresa May tira dritta. O meglio, da par suo resta ferma dov’è. Esattamente come la scadenza per l’exit, fissata dall’Ue la settimana scorsa al prossimo 12 aprile o al 22 maggio: maggio se il suo accordo per l’uscita passasse finalmente al terzo tentativo, aprile in caso contrario, facendo scattare così l’assai paventato no deal. Salvo che il Paese non chieda un’ulteriore imprecisata dilazione.

Durante il fine settimana May ha tenuto una serie di incontri per trovare tra i suoi stessi ministri e nel resto del partito conservatore il consenso necessario attorno al terzo voto “significativo” sul suo accordo, già due volte sconfitto malamente, sul quale avrebbe voluto rivotare oggi. Invano. Ha bisogno di persuadere appena settantacinque deputati. I dieci del Dup da cui dipende la bussola di molti dissenzienti hanno ripetuto per l’ennesima volta la loro contrarietà per la questione del backstop irlandese.

MAY, CHE NON MOLLA MAI, con grande riluttanza ha dovuto cancellare il voto di oggi, ma spera di poter raccogliere consensi sufficienti in parlamento per riprovarci entro la settimana. Dove e come non è dato sapere: la sua autorità è ormai quasi irrilevante. Ieri non ha fatto altro che ripetere lo sfibrato aut-aut: il mio accordo, la revoca di Brexit oppure una Brexit “lenta” (a sostituire il no deal usato come spauracchio fino a poco fa: la lentezza si riferisce all’ulteriore proroga che il Paese chiederebbe all’Ue e che lo vedrebbe costretto a partecipare alle elezioni europee).

Urge un cambio di passo. Il parlamento, contro il quale lei stessa si era scagliata la settimana scorsa, accusandolo di mettersi contro la volontà popolare, cercherà di toglierle il controllo dell’iter Brexit, acuendo così i termini della crisi costituzionale che vede potere esecutivo e potere legislativo in aperto conflitto sulla questione.

È probabile che un emendamento trasversale presentato ieri a tarda sera dal conservatore Oliver Letwin sia passato: nel caso darebbe ai deputati la possibilità di esprimersi domani in una serie di voti cosiddetti indicativi. Tecnicamente, sono dei voti che servono a verificare se il parlamento è in grado di esprimere una maggioranza coerente su una data questione (in questo caso Brexit, appunto). L’aula si troverebbe finalmente a potersi esprimere su una serie di alternative al piano May. Lo farebbe «secondo coscienza» senza cioè che i deputati debbano seguire le istruzioni dai capigruppo, ma anche senza che ci siano né le premesse né i numeri che la trovino schierata a maggioranza dietro un’unica soluzione alternativa. In fondo, questo è un parlamento che finora ha saputo solo indicare cosa non vuole e non cosa vuole.

SULLA CARTA VORREBBE molte cose, solo per citare le più definite: quello che qui viene ultimamente definito Common Market 2.0 (in buona sostanza la Brexit “morbida”: dentro l’unione doganale e vicini al mercato unico, proposta dal Labour); l’agognato secondo referendum, per il quale hanno marciato il milione circa di persone sabato; la revoca dell’articolo 50 del trattato di Lisbona voluta dai cinque milioni circa di firme raccolte dalla petizione di cui sopra, revoca di cui Londra avrebbe piena libertà; o quel no deal, che inebrierebbe d’orgoglio gli euroscettici neoisolazionisti pronti al fazzoletto quando sentono Rule Britannia! In quest’ultimo caso, e nell’eventualità che una di queste opzioni raccolga una maggioranza, il Paese sarebbe fuori già dal prossimo 12 aprile; nel caso prevalesse invece una delle altre possibilità, l’uscita andrebbe comunque posticipata di concerto con Bruxelles.

(il manifesto, 25/03/19)

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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