A bad deal is better than no deal

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Mancano nove giorni al 12 aprile, data in cui l’Ue ha stabilito che la Gran Bretagna uscirà senza un accordo non avendo finora approvato l’unico disponibile.

Presidiato all’esterno da militanti e bandiere pro e contro l’uscita dall’Europa, soggiogato all’interno da una disintegrazione che ne paralizza l’attività legislativa, lasciandosi dietro uno stillicidio di dimissioni da ambo i partiti, Westminster continua in mondovisione la sua masterclass su come non decidere il futuro di un Paese di fronte al crocevia più importante della sua storia recente. Tutto sembra risolversi finora in una richiesta extra di tempo all’Ue, dopo aver già bruciato la prima, quella del 29 marzo scorso.

ALLE SEI POMERIDIANE di ieri, Theresa May era ancora asserragliata in un consiglio dei ministri cominciato alle nove in cui sono state discusse varie preparazioni al no deal e possibili elezioni anticipate. Ne è emersa in piena forma rivelando che servirà un’estensione dei limiti del 12 aprile «per sbloccare l’inceppamento del parlamento». L’estensione sarà il più breve possibile, «entro il 22 maggio», onde evitare l’altro – gustoso – possibile sviluppo di questa saga, cioè la partecipazione alle elezioni europee di un membro uscito dall’Ue (che naturalmente ha la possibilità di negarla quest’estensione, sempre che non si veda prospettare da Londra un chiaro piano alternativo). Per farlo, May si è detta disponibile a incontrare Corbyn per decidere l’assetto dei futuri rapporti del paese con il blocco dei 27, contenuto nella cosiddetta «dichiarazione politica» appendice dell’accordo negoziato con l’Ue. Un segnale di apertura nei confronti dell’unione doganale, la soluzione alternativa ufficiale del Labour già sconfitta con margine minore nei voti indicativi, e soprattutto all’opposizione, che volta nettamente le spalle agli estremisti euroscettici del suo partito (che naturalmente uscirebbero domani dall’Ue senza accordo).

I cosiddetti più miti consigli, insomma: quel no deal is better than a bad deal, slogan con cui la premier galvanizzava le falangi del fanatismo uscitista fino a non troppi mesi fa, sembra vecchio di secoli. E una volta tanto in convergenza con il parlamento stesso: un’ennesima mozione interpartitica sarà presentata entro la settimana dalla laburista moderata Yvette Cooper col proposito di impedire al governo di uscire il 12 senza accordo. Va comunque ricordato che nessuno di questi voti avrebbe valore giuridico vincolante per il governo, essendo quello britannico un sistema dove – detta brutalmente – chi vince piglia tutto: a livello elettorale come a quello dell’esecutivo.

Sembra quasi un ravvedimento da parte del governo May – esautorato, inconcludente, finora inutilmente aggrappato a un accordo su cui c’è generalizzato disaccordo. E in una settimana che era cominciata con un’altra ondata di voti cosiddetti indicativi, schiantatasi puntualmente già lunedì sul frangiflutti di Westminster: nulla da fare per le quattro alternative all’accordo May/Barnier intavolate dai backbenchers, i deputati senza incarichi di governo seduti nelle retrovie che avevano strappato il controllo dei lavori dell’aula al governo la settimana scorsa. La Camera le aveva finora tutte respinte, sebbene alcune, come quella sull’unione doganale, per un soffio di tre voti, in un continuo disfare della mano destra quello che fa la sinistra e viceversa.

IL TUTTO MENTRE L’UE guarda disincantata. Ieri il primo ministro irlandese Leo Varadkar era con Emmanuel Macron all’Eliseo in un’atmosfera di entente très cordiale in cui l’ex soggetto coloniale e uno dei massimi rivali continentali di sempre rilasciavano dichiarazioni sul futuro britannico: abbastanza da rinverdire la bile anche dei brexittieri più irenici. «Stando così le cose» ha detto Varadkar, «la Gran Bretagna uscirà il dodici aprile senza accordo, ma c’è ancora tempo perché May venga al tavolo del Consiglio d’Europa con delle proposte» – una permanenza nell’unione doganale, un secondo referendum, nuove elezioni – mentre il tono di Macron era prevedibilmente più secco: «Qualunque sia questo piano B, elezioni o nuovo referendum, non devo dirlo io ma Londra, e adesso. Non è chiaro se questa estensione comporti la partecipazione del Regno Unito alle elezioni europee oppure no. La nostra priorità è il buon funzionamento dell’Ue e del mercato unico, l’Europa non può essere ostaggio di una crisi politica britannica».

Vedremo se l’ammorbidimento forzoso della linea della premier le permetterà di disincagliare lo straziante iter. Intanto ore, giorni, settimane, mesi si susseguono mentre il parlamento più antico continua a reclamare a buon diritto anche la palma del più indeciso.

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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