Doccia scozzese

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Sono passati cinque anni dal primo referendum per l’indipendenza dalla Gran Bretagna, quando gli autonomisti furono sconfitti per 55% contro 45% dei voti. Ora la Scozia vorrebbe tenerne un secondo entro la fine della corrente legislatura: il maggio 2021. Lo ha annunciato ieri la prima ministra nazionalista Nicola Sturgeon ai deputati di Holyrood, il parlamento scozzese.

La ragione dell’indipendenza è ora «più forte che mai» ha detto Sturgeon, aggiungendo che Brexit «mostra il profondo deficit democratico» con cui la Scozia è governata. Per questo la premier scozzese nelle prossime settimane comincerà a legiferare per fissare la data di questo secondo referendum.

Ma le serve il benestare del governo britannico, vale a dire un trasferimento di poteri da Londra a Edinburgo. Sturgeon cercherà di far votare l’aula sulla decisione nonostante l’opposizione di Theresa May, che si è prevedibilmente detta contraria a qualsiasi replica referendaria.

Pur di ottenere il benestare da Londra per il referendum del 2014, il Snp al governo si era impegnato, qualora sconfitto, a non ripeterne altri «per almeno una generazione». Ma tutto ciò accadeva prima del referendum che ha deciso Brexit: ora le cose sono ben diverse. L’uscita di tutta la Gran Bretagna dall’Ue naturalmente garba poco o nulla alla maggioranza degli scozzesi, che assieme all’Irlanda del Nord hanno votato compatti per restare nell’Ue. È questa la rivendicazione politica dietro all’annuncio della premier scozzese, nient’altro che l’ennesima mazzata per una Theresa May da tempo ormai insensibile al dolore politico.

Sturgeon aveva ricominciato a parlare di rivincita per gli indipendentisti già nel marzo 2017, ma il ridimensionamento della maggioranza del suo partito (il Snp ha perduto 21 seggi alle ultime politiche scozzesi) l’aveva indotta ad accantonare temporaneamente i suoi propositi. Ma c’erano altri elementi a consigliarle cautela.

Secondo recenti sondaggi, ad avere appetiti indipendentisti sono solo uno scozzese su quattro, anche perché l’economia nazionale non garantisce affatto di poter incassare la botta di un distacco netto da Londra. Infine gli animi esacerbati dal settarismo in/out a livello nazionale le sollevano contro un coro di riprovazione. Anche per questo la premier scozzese ha formalmente invitato gli altri partiti ad aprire un tavolo sul futuro costituzionale della Scozia. Tuttavia, come l’unionismo sta al nordirlandese Dup – che sostiene lo sgangherato governo di Theresa May a Westminster – così l’indipendenza sta al Snp: fanno un partito monocausale di entrambi.

Era quindi solo una questione di tempo prima che Sturgeon ci riprovasse. È poi chiaro che l’ «onere della proroga» fino al prossimo 31 ottobre dell’ora Brexit imposta da Bruxelles a Londra potrebbe giovare all’indipendentismo scozzese, soprattutto per via della possibile presenza di un altro inquilino a Downing Street: vuoi per una deposizione violenta di May da parte del suo partito, vuoi per la fragorosa elezione al premierato di un Jeremy Corbyn in sempre meno improbabili elezioni politiche britanniche anticipate.

(il manifesto, 25/04/19)

 

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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