Don McCullin, cuore di tenebra

Dom McCullin
Don McCullin a Hue, Vietnam, durante l’offensiva del Tet nel 1968 © Nik Wheeler

“Mito”, “leggenda”, “icona”: logore e abusate (© correttore di Word) formule con cui chi scrive di qualcuno noto cerca di enfatizzarne a tutti i costi l’importanza (e con essa la propria, giacché viviamo e moriremo in una società celebrolesa).

Se per una volta mi ci adagio è perché ho parlato con qualcuno che merita tutti e tre questi stanchi epiteti, e anche altri. Sull’Espresso di questa settimana c’è un incontro tra i più belli della mia vita professionale e non: in un hotel di Belgravia, ho passato un’ora assieme a Don McCullin, l’erede di Capa, classe 1935, fotoreporter straordinario e autore di alcune delle immagini più belle e terribili del Novecento. Una figura di quelle che ti riempiono cuore e testa. Una sua mostra spettacolare è alla Tate Britain, ancora fino al sei di maggio. Comprende il suo imponente lavoro documentario nei teatri di guerra globali, come quello nelle zone povere e degradate dell’East End di Londra e del Nord dell’Inghilterra. Mentre parlavamo di morte, guerra, fame e distruzione, il tintinnio di stoviglie e il frusciante chiacchiericcio di dame e gentiluomini (di quella stessa morte, guerra, fame e distruzione inconsapevoli beneficiari) ci faceva da spensierato contrappunto. Qui di seguito alcuni stralci inediti.

A volte ha saputo anche lasciare un attimo la macchina fotografica e aiutare 

Anche se ero lì per fotografare, non aiutare. Sì, un paio di volte ho aiutato persone che sarebbero morte di certo. Come quella donna a Cipro che camminava nella linea di fuoco: non ero disposto a vedermela morire davanti. Così posai la macchina e la presi in braccio. Avrà avuto la mia età, fu come prendere in braccio una bambola di pezza. Mi piace pensare che sia morta nel suo letto e non in mezzo ai proiettili.

McCullin
Cipro, 1964, © John Bulmer

Come ha fatto, da “intruso”, a farsi accettare nell’East End?

Sono andato per settimane, senza macchina fotografica, solo in seguito ho cominciato a tirarla fuori con delicatezza in mezzo a scherzi, minacce. Avrebbero potuto attaccarmi e mi sarei difeso, ma non lo fecero. Quando tirai fuori la macchina cominciai a scattare molto lentamente, andavo, tornavo, ci sono volute sei settimane e finalmente cominciarono a fidarsi.

Come quella donna, Jean.

Povera Jean, ogni volta che andavo da lei mi faceva la riverenza come se fossi un membro della famiglia reale. Le dicevo che fai, smettila, ma lei mi rispondeva sempre che le ricordavo Mark Phillips (primo marito della principessa Anna). Gli homeless sono la parte migliore della mostra, molti di loro cacciati da strutture psichiatriche per i tagli alla sanità degli anni Settanta: soldi risparmiati, mentre loro galleggiavano in giro, senza farmaci o assistenza e senza dignità, cibo, igiene, vestiti. Sono le vittime di un naufragio che cercano disperatamente di non annegare.

Jean, Whitechapel, London c.1980

Le mani di Jean, c. 1980

E quella donna con un velo sulla testa.

Amo molto quella foto, lei sembra una donna dal passato agiato, ha qualcosa del Sargent più malato, sembra una signora che avrebbe potuto dipingere da giovane al passaggio del secolo. Lo vede che è una donna caduta in disgrazia e abbandonata da qualche suo amore? Di sicuro c’è qualcosa del genere nella sua espressione. Anche lei come Jean è una figura tragica, ma la sua è la tragedia di una mano morsa dalla sofferenza, è come spezzata dentro.

Chapel Market, Islington, London, 1962

Un’altra foto tra le mie preferite è quella di un uomo senza casa che sembra dormire in piedi a Spitalfields.

Homeless men sleeping while standing, Whitechapel, London, c. 1970

Seven Sisters Road (dove MCCullin è nato e ha scattato le prime foto) è stato il mio primo domicilio a Londra. Ora abito a East Ham [quartiere di Newham, circoscrizione più povera e multietnica dell’East End] a pochi minuti dalla casa dove visse David Bailey (fotografo-simbolo della Swinging London, NdA).

Ah Bailey. Lui è tutto un altro discorso. Uno che è rimasto agli anni Sessanta e non si è più mosso. Parla di continuo dei gemelli Kray, che io detesto. Erano immondi, gente terribile, una volta li vidi picchiare un malcapitato a Soho.

Sono stati mitologizzati parecchio.

Quando invece bisognava condannarli fin dall’inizio, senza equivoci. Sfiguravano le persone in faccia con un rasoio, soprattutto Ronnie, che improvvisamente aveva folli attacchi omicidi. Una volta un mio amico era in un club a Soho era in bagno e disse a Ronnie, che era suo amico “Ciao Ron, abbiamo messo su qualche chiletto, eh? “, mentre stava orinando. Quando fece per girarsi, Ronnie gli tagliò la faccia dall’occhio fino alla gola. Cento punti in faccia solo per aver indispettito Ronnie sul suo peso.

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I gamelli Reggie e Ronnie Kray, ©William Lovelace, Getty

 

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Il resto sull’Espresso di questa settimana.

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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