Eccolo.

«Dobbiamo uscire entro il 31 ottobre, non voglio il no-deal ma è stato un errore toglierlo dal tavolo dei negoziati. Se non portiamo a termine Brexit ci ritroviamo Corbyn a Downing Street».

Così ieri Boris Johnson, favorito nella corsa alla leadership Tory e a quella di Primo ministro nel suo discorso di candidatura, parte di un processo elettivo che si compirà a fine luglio. Ora tocca a lui, almeno sembra.

LA SUA ECCENTRICITÀ ne fa la variante insulare dei Trump e dei Berlusconi: uomini bianchi, ricchi e privilegiati che guidano paesi sviluppati in declino dove dilagano la paura e l’ignoranza. E la radicalizzazione dello scontro su Brexit gli sta consegnando il premierato: poche ore dopo, Westminster bocciava l’ennesimo tentativo – una mozione multipartisan con il Labour al centro – di impedire un’uscita senza accordo, a conferma dell’avanzata deriva parlamentare verso un simile epilogo.

Bentornati nell’anno IV dell’era Brexit, dove un Paese con un braccio incastrato nell’Ue sta per scegliere di tagliarselo pur di godersi la sua sacrosanta libertà da mutilato.

Risuona il gong – Ora tocca a te Boris! – lo incitano quelli del suo angolo. Peccato che Brexit ne abbia già stesi due e Johnson sia un dilettante. Theresa May era infinitamente più coriacea, eppure. Ma davvero conta? Per questo Johnson affronta il problema come se mercanteggiasse un’auto usata, minacciando di non pagare i trentanove miliardi «di fine rapporto» dovuti all’Ue secondo i consigli di Trump stesso, che lo vedrebbe evidentemente con favore insediato a Downing Street.

E DIMENTICATE PURE gli altri partecipanti alla corsa per la doppia poltrona, sono dei brocchi. Per battere Farage e riprendersi il maltolto – i brexitomani più recidivi e inaciditi – ci vuole un purosangue come Alexander Boris de Pfeffel Johnson, cuore e portafoglio a destra, dotato di Carisma e capace di far passare il privilegio più odioso come un accidente di questo nostro mondo pazzerello.

Vincerà lui, per una semplice ragione: i Tories, braccati dalle conseguenze catastrofiche della loro stessa esistenza, sono ormai davanti all’abisso. Per loro è Brexit il 31 ottobre, o estinzione. Per questo stanno mettendo nelle mani tremule di un centinaio di migliaia di senescenti egoisti le sorti della culla del parlamentarismo, in uno stile oligarchico così puro che altro che i russi. E sanno che costoro eleggeranno «Boris» senza pensarci un attimo, perché li riflette perfettamente: quel razzismo/sciovinismo casual da indossare sulle spalle come il maglioncino al circolo nelle fresche sere di fine estate, unito a una fede millenarista (di puro comodo) nell’eccezionalismo della Little England.

L’UNICO CHE PUÒ SALVARCI. Peccato che sia anche la figura londinese più invisa e disprezzata a Bruxelles, e per le stesse ragioni. Ma agli occhi di un elettorato Tory ormai schiumante, il muoia Sansone con tutti i filistei di un no deal e la fine della Union sono pur sempre preferibili: non tanto al deficit democratico nel veder disatteso l’esito referendario, quanto all’onta di dover tornare sui propri passi. Bovino orgoglio nazionale.

Brexit è il grande scisma conclusivo dell’era liberal-liberista: va dall’universale – la crisi del 2008 – fino al particolare, la strampalata fesseria di David Cameron di indire quel referendum. Da lì in poi è stata tutta una discesa attraverso la necrosi del vetusto sistema bipartitico e dei rispettivi due ex maggiori partiti di maggioranza e opposizione, a loro volta radicalizzati a destra e a sinistra, in piena guerra civile interna e in ritirata rispetto alla locale variante sovranista di Farage.

I de Pfeffel sulla tolda – l’emblema del soggiogamento ideologico della Piccola Inghilterra sulla Gran Bretagna – sono anche l’ultimo, fatale risultato della stessa strampalata fesseria. Che ha involontariamente messo in arcione il suo ex-rivale in una perfida concatenazione di effetti.

Così, in pieno rodeo, sotto un sole surriscaldante, uno che è andato a malapena sul cavallo a dondolo da bambino si ritrova in groppa a un giovane manzo inferocito. Buona visione, anche se resteranno in sala solo gli amanti dello splatter.

(il manifesto, 13/06/19)

 

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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