L’onere della proroga

Boris Johnson durante il question time ai Comuni

Si veleggia ormai, tragici e comici, verso una terza proroga. L’uscita «a tutti i costi» del paese dall’Ue l’ormai imminente trentuno ottobre, finora brandita da Boris Johnson come una clava, è evaporata. Johnson aveva sì provato finalmente la vertigine della prima vera e propria vittoria in aula martedì, quando il suo Brexit deal con Bruxelles passava per 329 a 299 (compresi i voti di vari deputati Labour disobbedienti alla linea). Ma solo per essere sconfitto subito dopo, quando la mozione che cercava di sbrigare in soli tre giorni la discussione in aula in modo da rispettare la scadenza Brexit del trentuno, perdeva 322 a 308.

È ora abbastanza chiaro che la discussione valicherà abbondantemente il limite di Halloween. Al che il primo ministro ha messo in pausa la discussione in aula, minacciato di ritirare del tutto la mozione dell’accordo e di premere per elezioni anticipate, un possibile sbocco prepotentemente riemerso dopo lo stallo degli ultimi giorni. Il tutto mentre si attende il responso di Bruxelles sulla proroga, da lui richiesta controvoglia.

Così, dopo il triplo sgambetto – il parlamento che gli boccia il deal perché, oltre a mezzo universo, scontenta gli alleati del Dup; l’emendamento Letwin che l’ha obbligato a sottoporlo all’attento scrutinio dell’aula prima di convertirlo in legge; infine dallo speaker Bercow, che gli ha impedito ripresentarlo lunedì – all’accordo di uscita di Boris Johnson è riuscito un ammaraggio di fortuna. Mentre galleggia, a Bruxelles stanno considerando se concedere la proroga di tre mesi (fino al 31 gennaio 2020) richiesta via lettera da Johnson solo perché aveva il Benn Act puntato alla tempia, ed è quasi sicuro la concederanno. Dopotutto, ciò che Bruxelles vuole evitare sopra ogni altra è di essere additata come responsabile di un no deal, nonostante Macron scalpiti per una proroga più breve. E il presidente della Commissione europea Donald Tusk martedì ha detto che avrebbe raccomandato ai leader europei di concedere la proroga.

Il Labour, pur dichiarandosi da mesi pronto per le elezioni, ha votato contro l’accordo, anche se non in modo compatto. La posizione ufficiale è che fin quando il no deal non è categoricamente escluso – e ancora non lo è: per ora sappiamo che quasi certamente non lo sarà il trentuno ottobre – il partito non assentirà a fissare la data delle urne. Ieri Corbyn e Johnson si sono visti dopo che il leader laburista aveva dichiarato la propria disponibilità a concordare una tabella di marcia per l’iter parlamentare. Dall’incontro non è scaturito alcunché.

La prospettiva di elezioni anticipate – potrebbero tenersi anche a dicembre nonostante nessuno le voglia per intuibili ragioni – torna dunque a riaffacciarsi prepotentemente dopo il ritorno di Johnson da Bruxelles con in tasca il deal la settimana scorsa, quando per un attimo il premier aveva creduto di poter riaggregare un parlamento irrimediabilmente centrifugo attorno al suo accordo. Johnson ha ripetutamente minacciato di voler andare alle urne per superare l’impasse.

(il manifesto, 24/10/19)

 

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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