Lo scandalo delle molestie a membri dello staff di Westminster – donne e uomini – da parte di svariati deputati conservatori, ha reclamato la testa ministeriale di Michael Fallon che, alla Difesa, era uno degli alleati più affidabili di Theresa May. È l’ennesima martellata su un già fin troppo sgangherato governicchio steso sull’incudine Brexit.
A prescindere da come – e quando – si scioglierà l’intreccio, a Londra la saga Brexit sta facendosi sentire. L’effetto è ancora soprattutto psicologico. Se la capitale si è espressa con un massiccio 60% contro l’uscita del Paese dall’Ue prescritta dall’esito referendario del giugno 2016, è anche perché conta una vasta comunità internazionale. Forte, a sua volta, di un congruo contributo di italianità: circa 600mila connazionali, socialmente polarizzati fra «expat» per scelta e «migranti economici» per forza, uniti al centro da un’abbondante zona grigia.
“Brexit means Brexit means Brexit”, ha ripetuto come un disco rotto in epoca di musica liquida Theresa May, riattualizzando Gertrude Stein senza naturalmente avere un’idea chiara di cosa significhi. Un gruppo di autori e lavoratori del cognitariato italo-londinese, colti in mezzo al guado dell’uscita del Paese dall’Ue, proverà questo fine settimana a interrogarsi sull’indovinello della sfinge May, a ragionare su internazionalismo letterario e molto altro assieme a un panel di ospiti di rilievo. Il Fill, Festival of Italian Literature in London, si terrà sabato 20 e domenica 21 ottobre preso la Print Room at the Coronet, grazioso teatro off al 103 di Notting Hill Gate.
Una valida ragione per fare un salto a Notting Hill che non sia la ricerca della finta autenticità di Portobello Road. Il programma è quasi sold-out, qui la possibilità di accaparrarsi gli ultimi biglietti.
Sopportata più che supportata dai suoi, trafitta ormai più di un San Sebastiano, quella di Theresa May è una drammatica agonia. Sempre più in bilico fra una gestione interinale e un inquietante film snuff politico, la sua la premiership è già – ma non ancora – finita.
Il suo governo è appeso a un filo di saliva, finora ha infilato più cantonate di una casa cantoniera, dovrebbe essere al timone e invece ramazza il ponte e pela patate in cambusa.
Barcellona è scesa in piazza ancora una volta, nell’ennesima escalation con Madrid sulla spinosa questione dell’indipendenza catalana. La tensione nella capitale autonoma è aumentata dopo che il governo madrileno ha sguinzagliato la Guardia Civil negli uffici governativi catalani della Generalitat, nella Plaça Sant Jaume, e in quelli del ministero dell’economia, all’angolo fra la Rambla de Cataluña e la Gran Via de Passeig de Gracia.
Greg Norton, Grant Hart e Bob MouldGrant Hart – che un cancro si è appena portato via a 56 anni – è stato un batterista, chitarrista, cantante e artista figurativo negli imprescindibili Huskër Dü di Minneapolis, forse la band hard-core americana più dotata a livello di scrittura melodica. Con Bob Mould, e Greg Norton al basso, formarono una partnership di songwriting tra la più importanti del punk e sfornarono cinque album con foga forsennata: senza naturalmente fare una lira ma influenzando con la loro disperata passionalità romantica anche l’ondata di guitar-rock che sarebbe seguita di lì a poco a Seattle. Di questi, i due capolavori sono gli entrambi “doppi” come si diceva in vinilandia, Zen Arcade (1984) e l’ultimo prima dello scioglimento, Warehouse: Songs and Stories, (1987).
Un artista segnato da problemi di dipendenza e rovesci di fortuna costanti, che nemmeno quando formò i promettenti Nova Mob gli permisero di guadagnarsi la meritata visibilità. In memoriam.
Nel quartiere di Tower Hamlets, East End di Londra, una bimba europea «cristiana» di cinque anni è stata data in affidamento per sei mesi a due famiglie musulmane ortodosse dove non si parla – o si parla stentatamente – inglese, si indossano niqab e burqa e naturalmente non si mangia maiale.
Quando dugentoeventimila persone vanno al concerto di uno spaghetti rocker il cui merito principale è stato dar lustro a Nantas Salvalaggio, che da decenni riempie le sue decalcomanie di rock anglosassone con qualunquistici gargarismi sul nulla e che ha fornito la colonna sonora al grillusconismo, è il momento di guardarsi allo specchio e dirsi che sì, quella luce in fondo al tunnel è proprio un altro treno.