Chris Cornell 1964-2017

Non sono mai stato un Pearl Jam guy, erano troppo retorici per me. Preferivo di gran lunga i Soundgarden (uno dei nomi più belli mai scelti da una band) e soprattutto gli Alice In Chains, se proprio vogliamo restare nel territorio di chitarre distorte, capelli lunghi, camice a scacchi e anfibi slacciati. Ero e sono tuttora tra quelli che preferiva di gran lunga il grunge alla zuppetta tiepida post-Beatles del Britpop, un fenomeno dopato dal Melody Maker e NME per restituire imprinting nazionale a un mercato inglese allora giustamente dominato da band americane.

Certo, sono gli anni Novanta, i Nirvana erano ovunque, iniziava quello che sarebbe poi diventato il postmoderno, ciclico risciacquo dei panni del rock nell’ammorbidente dei classici, in questo caso: Black Sabbath/Led Zeppelin. Eppure, originalità a parte, queste band di Seattle erano di incredibile livello e qualità, anche solo per il fatto di avere una componente punk viva e vitale. Sopratutto, avevano dei cantanti notevoli. Cornell era il più sfacciatamente classico cantante rock, sempre a spingere la voce in territori epici e dunque infidi ma non importa, tanto c’è sempre tanto cuore a rimediare.

Questa è la performance di una band al picco della propria energia e potenza, nel tour del plumbeo Badmotorfinger, poco prima che esplodessero globalmente con Superunknown. Se pogava. E il finale, visto a poche ore dalla scomparsa di Cornell, per me da brivido.

Ciao, Mr. Cornell. You broke your rusty cage and run.