Faith No More: quando l’attesa paga

A volte – anzi, quasi sempre – si riformano. I Faith No More tornano con “Sol Invictus” a diciotto anni dal loro ultimo “Album of the Year ”, del 1997: nostalgico appagamento per chi li ricorda riscrivere le regole del rock da stadio anni Novanta, quando fornivano un ironico contrappeso alla misantropia del grunge. E interessante scoperta per chi, all’epoca, metteva i dentini.

Si erano ritrovati a tavola, a pranzo dall’ex manager a Los Angeles. Patton (voce), Billy Gould (basso), Roddy Bottum (tastiere), e Mike Bordin (batteria). Uno squillo al chitarrista Jon Hudson, e nel 2008 ricominciano a suonare in giro per festival. Messo insieme nuovo materiale, hanno registrato a casa di Gould e pubblicato con l’etichetta di Patton, la Ipecac.

Formatisi nel 1985, i Faith hanno sfidato ogni categorizzazione. Il passaggio continuo dal metal a Ennio Morricone, dal soul più morbido al rap, dalle tastiere cortesi di Bottum al punitivo rullante di Bordin, ne fa un’avvincente enciclopedia di generi. In questi anni, Patton ha continuato così: con venti album e cinque o sei band ha rivisitato tutto lo scibile musicale, dai canti degli indiani d’America alle colonne sonore di B movie italiani anni Settanta.

(L’Espresso, 18/06/15)

Indomito Sole

720x405-FNM2014nograinmargaretbandaAvviso ai coetanei: il 19 maggio esce un disco di una band che fortificherà la nostra terza età, come i loro precedenti hanno esaltato la nostra giovinezza.

Il disco di una band che oltre ad avere il miglior cantante della sua generazione, ha introdotto – assieme ai Jane’s Addiction -, l’intelligenza e l’ironia nel rock estremo. Si chiamava crossover all’epoca: che una simile definizione non abbia alcun senso oggi dimostra quanto allora fossero avanti. Già al primo ascolto, il friccicore di quell’energia scorrerti ancora una volta nelle vene cave.

Non so ancora come sia, ma non posso pensare – voglio sperare – che un’attesa di diciotto stramaledetti anni possa aver partorito un lavoro mediocre.