London’s burning

Benvenuti a Londra, città delle prossime Olimpiadi, dove atleti di tutto il mondo si confronteranno lealmente nel nome dello sport e della fratellanza fra i loghi (Tutti i property developers che hanno investito milioni rischiano di rimanere fottuti).

Benvenuti a Londra, che negli anni Novanta era di nuovo swinging, la città dove non c’è disoccupazione, dove vige un tasso accettabile di tolleranza della diversità, la città dove ci sono mille concerti, dove i bar sono disegnati dagli architetti, dove il nulla viene elevato a forma, se non d’arte, di profitto. Benvenuti nella Londra delle avanguardie, delle fiere d’arte, delle inaugurazioni delle mostre, nella Londra di London Fields, delle fanzine disegnate per l’Ipad, rifugio per i rifugiati, caveau per i ricchi, mercato per i mercanti, cuore pulsante di una finanza in preda a un improvviso attacco d’asma, la città su cui campano le redazioni cultura dei giornali di mezzo mondo, compreso chi scrive.

Quello che sta succedendo qui e in altre città di questo paese forse ha raggiunto il climax, forse no. C’è di sicuro da augurarsi che lo abbia. La furia devastatrice e arraffatrice che ha contraddistinto la terza notte di scontri non solo è cieca, è anche muta. Non sa articolare un motivo altro che il prendersi quello che non le viene dato, sullo sfondo di un futuro senza futuro, prospettive, di una realtà quotidiana nel segno dell’apartheid culturale. La quantità di individui giovani, tra i 15 e i 25 anni che in questo paese vive in ghetti e in council estates di cui nessuno parla o scrive (di solito) cresce a dismisura, una dismisura proporzionata alla rabbia e al decrescere di prospettive. L’universo nel quale si abita e si opera è un universo essenzialmente materiale, un grado zero di umanità fondata sul consumo e una prospettiva di vita e di affermazione che si ferma all’indice di quel consumo, legata a forza a quest’ultimo. E lo stesso nel quale viviamo “noi”: solo, senza lo strumento indispensabile per fruirne: i soldi.

Quando Cameron diceva in campagna elettorale che questa era una broken society lo diceva per fini propagandistici, ovviamente. A risentirle ora, quelle parole assumono tutto un altro valore e significato, più che mai sinistro. Questa si sta davvero dimostrando una broken society. Milioni di individui giovani sono al di fuori di questo buzz ormai cacofonico di information technology, industrial design, fashion design, arte, media, twitter e facebook (i rioters usano per comunicare un prodotto che ironicamente li accomuna ai boys della city ma che è terribilmente passé  a Shoreditch: il Messenger del Blackberry, anche perché non è monitorabile dall’esterno. No Apple for them).

Adesso non bisogna avere la disonestà intellettuale e politica di ignorare che il malessere è profondo, che questa società è tornata indietro di venti-trenta anni, non ha voluto cercare di integrare le masse metropolitane al suo interno con una più equa redistribuzione delle risorse e delle possibilità, mentre ha premuto l’acceleratore su un consumo autistico e demenziale. La tragedia è che ora i Tories al potere hanno un perfetto pretesto per rispolverare la loro mai sopita bramosia manganellatrice stile Thatcher e dare per scontata la perdita di una parte così cospicua del corpo sociale metropolitano. “Sono bestie e bisogna sparargli con i cannoni ad acqua, bisogna chiamare l’esercito”. Questo li allontanerà dalla linea tollerante e liberal che li ha portati al potere.

Un’altra cosa che salta agli occhi è la vistosa differenza tra una minoranza privilegiata ipervisibile agli occhi di tutto il mondo grazie alla digitalizzazione dell’informazione e la maggioranza dei “brutti, sporchi (non caucasici) e cattivi” che, di solito invisibile, improvvisamente ha preso il sopravvento in città, spinta dal flusso irrefrenabile della propria adrenalina e dalla coscienza che, non avendo nulla, non ha nulla da perdere. Migliaia di ragazzi/ini incappucciati dal volto coperto che di solito vivono in un  sottosuolo – metaforico e non -, improvvisamente escono allo scoperto, cessando di combattersi fra loro: si coalizzano, si muovono con straordinaria agilità su ali digitali nel ventre delle periferie e colpiscono, indiscriminatamente.

La tragica ironia di tutti questi danni alle cose (per fortuna), è che questi giovani distruggono i luoghi dove vivono, comprese le possibilità di miglioramento e di riscatto alle quali molte delle loro comunità cercavano di lavorare. Distruggono i negozi degli immigrati turchi e curdi di Dalston, gente che è venuta qui sfuggendo alla povertà del proprio paese. L’Apple Store di Regent Street, così affollato dalla minoranza ipervisibile della middle class bianca “creativa” era ben presidiato.

Ci si rimbocca le maniche per pulire le strade dai cocci e dalle carcasse di automobili: ancora di più ci si deve rimboccare le maniche per rifondare un tessuto sociale dalla base.  Ci vogliono decenni per una cosa del genere, e non ci sono soldi. Quando c’erano, si sono spesi male.

Continuiamo a sperare nella ripresa dei mercati. Cosa possiamo fare per ridare loro fiducia? Avrei un modesto suggerimento: privatizzare la società.

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

5 thoughts on “London’s burning”

  1. Mi ricordo quand’ero piccola c’era Fantastico in TV a Capodanno. Tra i vari premi si vinceva un quantitativo di tempo (cinque, dieci, venti o trenta minuti) in cui, armati di un carrello, si poteva saccheggiare un magazzino della Standa e tutto quello che si riusciva ad infilare nel carrello, diveniva magicamente tuo. Io sono cresciuta, da 0 a 15 anni, sopra un magazzino Standa. Con gli altri ragazzini del palazzo, ogni anno sognavamo e pianificavamo cosa avremmo arraffato noi se avessimo vinto l’agognato premio. La mappa del negozio stampata nella psiche, tutti gli scaffali li sapevamo a memoria. Berlusconi, all’epoca, sembrava quasi giovane.

    Non e’ difficile comprendere con l’istinto come si sia arrivati oggi, a Londra, alle scene che si spiegano a 200 metri da casa mia. E’ complesso si descrivere, definire, analizzare, precisare, attribuire. Ma, di fondo, chi e’ che non se lo aspettava? Cosa, ci si puo’ semplicemente chiedere, dovrebbe arginare queste ondate? I fantomatici ‘community leaders’? Le, oramai leggendarie, ‘famiglie’? Gli insegnanti? La polizia? La Big Society? Il Big Mac? O un Apple Mac per tutti? Un’ Apple Mac al giorno toglie il rioter di torno?

    Quando il solco tra cio’ che viene (da molti) percepito come essenziale per vivere e quello che, in proporzione, e’ raggiungibile da questi giovani aspiranti consumatori e’ una distanza galattica non colmabile neanche con la schiavitu’ quotidiana di tre generazioni messe insieme, qualcuno per forza ci casca dentro e affonda. Il giornalaio di Clarence Road in lacrime alla radio stamattina non si capacitava su cos’altro, oltre che lavorare 7 giorni su 7, 18 ore al giorno, avrebbe dovuto fare per mantenere la sua famiglia. Ora che il negozio gliel’hanno completamente distrutto, 10 anni di questa fatica evaporano. Sono stati i figli di coloro che non avevano neanche il negozio in cui versare la propria esistenza per intero, a soffiare sulla fiamma che ha fatto svanire il castello di carta dei suoi sforzi. Chissa’ che tra vent’anni i suoi nipoti non si uniscano a nuovi riots.

    Come dice una vecchia canzone reggae: ‘to be poor is a crime’ e ‘poverty is the poor man’s problem’. Quando non c’e’ margine alcuno, basta un passo e piombi giu’. A dargli la spintarella finale, ci pensano i Tories. La creazione del baratro invece, secondo me, e’ un processo assai piu’ collettivo.

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    1. non è che l’ennesima wake up call. ne stiamo ricevendo varie, a tutti i livelli, da decenni. ma si continuerà a fare finta di niente. è come col debito: il nostro essere sociale è una cambiale che, speriamo – vogliamo – paghino altri, in futuro

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  2. Cosa cantava il vecchio Lydon? No future, no future, No future for you. No future, no future, No future for me. E allora perché cercare un significato? o una ragione. Questo non è che il punk del 2011

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    1. Il ‘no future’ sara’ pure un sentire comune di generazione in generazione, ma chi ha piu’ di 13 anni dovrebbe sapere che non e’ realistico. Si campa sempre piu’ a lungo, l’eta’ media, in Europa per esempio, non e’ 13 anni, Johnny Rotten fa l’Isola dei Famosi, e la popolazione mondiale non mi pare sia in declino. Piuttosto forse qui si tratta di ‘no present’, dato che passiamo la maggioranza del nostro tempo ad impegnarci a stare da qualche altra parte.

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