Elisabetta, prima e seconda

Sull’Espresso in edicola questa settimana, un pezzo che si interroga sul senso e sul futuro della monarchia britannica. Di seguito, la versione originale mentre, nel link che segue, quella edulcorata

Il giubileo di diamante di Elisabetta II è in pieno svolgimento e il 4 giugno prossimo un grande concerto pop con la direzione artistica di Gary Barlow (il ciccio bombo dei Take That, come fu a suo tempo impietosamente definito da Elio e le Storie Tese) avrà luogo davanti a Buckingham Palace, in mezzo a un tripudio di Union Jack. Sono passati ben 35 anni da quando, nel 1977, in occasione dello stesso giubileo, allora d’argento, John Lydon (in arte Rotten) e i suoi Sex Pistols le dedicarono un’assai personale rilettura dell’inno nazionale. Con buona pace degli sberleffi del punk la regina è ancora lì, più amata che mai, mentre l’anarchico Lydon è finito a reclamizzare il burro in TV.

La tappa è comunque fondamentale (di tutti i monarchi britannici, solo la regina Vittoria è stata finora sul trono più a lungo dei sessant’anni di Elisabetta) e serve da prova costumi per una profonda operazione di rebranding del marchio Windsor – che sta alla monarchia un po’ come Xerox alle fotocopie o Kleenex ai fazzolettini di carta – ad un anno esatto dalle epiche scenografie nuziali fra il nipote William e la borghese miliardaria della porta accanto Kate Middleton che secondo molti, tra cui l’ex Primo ministro John Major, svolge una cruciale funzione modernizzatrice.

Il motto reale è quel “Dieu et mon droit” (Dio e il mio diritto) che non lascia troppo spazio a sottigliezze costituzionali. Eppure, niente di più lontano dall’assolutismo che sembra presumere: anche per questo la monarchia britannica vanta una longevità invidiabile e la buona salute di Elisabetta II, 86 anni, rispecchia in buona parte quella del suo titolo. Ciononostante, la sempre crescente secolarizzazione di costumi e sentimenti congiunta alla crisi economica pone nuove sfide. Soprattutto quando Graham Smith, il presidente di Republic, un movimento il cui il nome non fa mistero delle intenzioni, cita un recente sondaggio dell’agenzia ICM secondo cui ci sarebbe stato un drastico calo nel numero di britannici convinti che il Paese starebbe peggio senza la monarchia. Ad esserne attivamente interessati sarebbero solo il 51% (solo l’anno scorso era un impressionante 63%), mentre la percentuale di coloro “davvero interessati” scenderebbe addirittura al 14%. Sono cifre in netto contrasto con quanto diffuso dalla BBC (che quando parla della famiglia reale perde buona parte della propria leggendaria imparzialità) secondo cui la monarchia godrebbe di un grande ritorno in popolarità. Dal resto del sondaggio si evince che il 41% è convinto che la monarchia sia un fattore nazionale unificante, mentre il 32% ritiene che non faccia alcuna differenza.

Sono dati che, se non preoccupanti, per lo meno impensieriscono i monarchici. “Non si capirà mai la famiglia reale in Gran Bretagna se non si tiene presente che negli ultimi sessant’anni è diventata una specie di soap opera locale ed internazionale”, afferma lo storico Donald Sassoon, sottolineando la prodigiosa capacità di auto-perpetuazione dell’istituto monarchico. “Non credo che la monarchia qui guadagnerebbe qualcosa in popolarità se la regina, o suo figlio, andassero in bicicletta”, aggiunge a proposito del rischio di riduzione in scala della monarchia su modello scandinavo. “Che cerchino di adattarsi alle novità, di essere più democratici, più vicini al demos, questo mi pare inevitabile, ma senza una grande crisi politica non vedo perché o come la monarchia dovrebbe finire”. Una tesi non necessariamente in conflitto con quella del collega scozzese Tom Nairn, che vede la monarchia come tutt’altro che un semplice relitto feudale o attrazione turistica, bensì autentica (e retriva) essenza dello Stato britannico. O con quella di Steven Marcus, secondo cui fin dalla bloodless revolution del 1688 la Corona britannica nella sua rinuncia all’assolutismo è servita da simbolo sopranazionale a un popolo non nazionalista in senso strettamente otto-novecentesco, quello inglese, per giustificare all’interno il proprio governare nazioni “altre” come la scozzese, irlandese e gallese. Il tutto attraverso l’inafferrabile britishness: quel Regno Unito fattosi volano di Capitalismo, rivoluzione industriale, libero mercato e imperialismo, oltre che principale vettore del white man’s burden, la necessaria missione civilizzatrice dell’uomo bianco.

I dati diffusi da Republic descrivono lo stato attuale della love story dei britannici con la casa reale in questa fase critica dell’economia mondiale, una casa i cui inquilini hanno giocoforza abbracciato l’austerity (si fa per dire). La cosiddetta Civil List, ovvero l’appannaggio annuale di Elisabetta, comprensivo delle spese dell’esercizio delle sue funzioni pubbliche, è stato congelato a 12 milioni di sterline proprio dalla coppia tory Cameron-Osborne, subito dopo la vittoria elettorale due anni fa; dall’aprile di quest’anno il finanziamento reale viene effettuato diversamente, attraverso il surplus proveniente dalla Crown Estate, il vasto patrimonio immobiliare solo nominalmente posseduto dalla Corona (appartiene in realtà allo Stato).  Buckingham Palace ha anche annunciato di aver ridotto le proprie spese di circa 14 per cento nel biennio 2012-13, benché la famiglia reale riceva un pagamento speciale di un milione di sterline a coprire i costi dei festeggiamenti per il giubileo. Ma quali sono le effettive sostanze di Elisabetta? E soprattutto, quanto costa alla nazione questo pesante apparato scenografico?

La questione è assai dibattuta, soprattutto dai cocciuti repubblicani, i quali contestano l’adagio secondo cui la monarchia costi tutto sommato poco ai contribuenti (un Euro circa pro capite), a fronte di un copioso gettito per le finanze statali dovuto a turismo, merchandising ecc. I beni di Elisabetta ammontano a circa 450 milioni di sterline (circa 540 milioni di Euro), costituiti dalle residenze di Balmoral e Sandringham (non Buckingham Palace o i gioielli della corona, quelli appartengono allo Stato) collezioni d’arte e una, famosa, di francobolli, ereditata dal nonno Giorgio V. Oltre a essere la monarchia più ricca d’Europa, quella britannica è anche la più costosa: ben 202.4 milioni di sterline l’anno (circa 243 milioni di Euro) circa cinque volte più che le cifre ufficiali perché comprensiva dei costi della sicurezza e dei numerosi viaggi della famiglia, sempre secondo le cifre pubblicate da Republic.

Resta il fatto che in sessant’anni di garbato salutare la folla e di salire e scendere da Range Rover, Rolls o Daimler, Elisabetta ha magistralmente traghettato i Windsor – una casa tedesca “d’importazione”, va ricordato – nel Ventunesimo Secolo. Di pari passo al declino geopolitico della Gran Bretagna, legata da una special (aggettivo che maschera una larga subordinazione) relationship agli Stati Uniti e in perenne bilico fra l’Atlantico e l’Europa, e la conservazione del patrimonio soprattutto simbolico del Commonwealth, il lungo regno della sovrana è stato contraddistinto dalla pressoché totale assenza di errori pubblici, salvo forse quello, ormai ben noto, di essersi dimostrata troppo distaccata nei confronti della morte della sfortunata nuora Diana Spencer, un evento che nel 1997 scatenò uno dei più sfrenati (ricorderete la slavina di fiori e pupazzetti di peluche davanti a Kensington Palace) moti di pubblico cordoglio mai espressi da una collettività.

Tanta sagacia nel gestire le PR reali da parte di Elisabetta non deve stupire: in fondo la sua incoronazione, nel 1953, fu il primo grande evento televisivo mondiale. Già il nonno Giorgio V e il padre Giorgio VI avevano cavalcato egregiamente i nuovi media, soprattutto la radio. Il lungo viaggio nella modernità è dunque proseguito senza troppe scosse, a parte l’abdicazione nel 1936 del legittimo erede al trono Edoardo VIII, cognato della Regina Madre, a causa del suo matrimonio con l’ereditiera borghese (e divorziata) americana Wallis Simpson (e delle simpatie nazi della coppia) le più recenti vicissitudini matrimoniali tra Carlo e Diana e le periodiche, proverbiali gaffes del marito Filippo di Edinburgo.

Ora però si pone il problema della tenuta nella successione. Perché se Elisabetta è stata irreprensibile nel suo stare ai margini della vita politica del Paese, limitandosi benevolmente a sancire da un punto di vista formale l’alternanza al potere di due forze politiche – Tories e Labour, uniti nell’incondizionato sostegno dell’istituto monarchico -, lo stesso non può dirsi dei suoi parenti. Segnati da tutte le piccole miserie di cui gli esseri umani cadono preda nella loro ricerca – sacrosanta – della felicità terrena, con quei matrimoni, divorzi e infedeltà teoricamente loro vietati, i congiunti di Elisabetta devono averla spesso impensierita: la saga Diana-Carlo-Camilla, per esempio, o il divorzio tra il figlio Andrea e l’ingestibile Sarah Ferguson, fino a piccole intemperanze dell’irrequieto Harry, la cui immagine è al momento oggetto di una meticolosa operazione di restyling.

Un restyling cha ha ovviamente abbracciato anche l’era digitale: oggi la famiglia ha la sua pagina su Facebook. Il matrimonio del principe William con la splendida commoner Catherine Middleton (opportunamente familiarizzata in Kate) che compra gli abiti nei grandi magazzini e finora non ha sbagliato un’uscita pubblica, a differenza della vivace sorella minore Pippa, già mostra le linee guida di una coppia reale opportunamente cool, capace di bypassare l’interregno del povero Charles. Quest’ultimo, una volta smessa la frustrante veste di eterno erede al trono, dovrà lavorare duramente per modificare un’immagine di rigidità e decoro (l’antica dignitas di cui lui e la madre sono ormai gli ultimi depositari) che gli impedisce di essere istintivamente amato dai tabloid e dall’opinione pubblica in generale. Ma la palingenesi mediatica di casa Windsor è ancor più evidente nella parabola di Harry: dall’apparire in uniforme nazista a un party e affibbiare epiteti razzisti a un commilitone di qualche anno fa al farsi fotografare spiritosamente in Giamaica al fianco di Usain Bolt lo scorso marzo (ironicamente, dopo che il Primo Ministro gli aveva comunicato la decisione di diventare una repubblica) la reinvenzione del principe non potrebbe essere più radicale.

L’imperativo per i Windsor è insomma triplice: scongiurare la graduale insinuazione del desiderio repubblicano nell’opinione pubblica britannica naturalmente, ma anche il ridimensionamento della pump and circumstance di una dinastia unica in Europa e nel mondo occidentale ad aver conservato appieno la simbologia ancien régime, nonché frenare a tutti i costi quella che ormai sembra una realistica possibilità di secessione della Scozia (il referendum sul restare o meno nel Regno si terrà tra qualche anno) e un allentamento del vincolo di Galles e Irlanda del Nord: il rischio, insomma, di finire proprio come una bicycle monarchy scandinava qualsiasi, magari a capo di una federazione di stati sovrani.

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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