Gli oligarchi dell’hip-hop

Ho scritto un pezzo sullo stato attuale del rap e delle sue megastar per l’Espresso, che ci teneva tanto. Aggiungendo anche un pizzico di paillettes a un genere altrimenti patologicamente omofobo. Di seguito il testo, per intero e senza estrogeni. Qui, il pezzo in edicola.

Dov’è finito il rap? Sembrerebbe una domanda oziosa, proprio mentre Jay-Z e Kanye West portano trionfalmente in Europa il tour del loro Watch the throne, una collaborazione che è l’equivalente hip-hop della fusione fra AOL e Time Warner, e Snoop Dogg arriva a Roma il 3 luglio. L’album, uscito l’anno scorso – è disco di platino negli Usa e ha ricevuto critiche positive. Eppure non riflette lo stato di salute di tutto un genere. Che anzi pare in fase di stallo, commerciale e artistico.

Ma è solo un’impressione. Sembrano lontanissimi i tempi in cui un gruppo come i Public Enemy negli anni Novanta – o Eminem all’inizio dei Duemila – incendiavano milioni di cuori ribelli, provocando ondate di crisi di panico morale nell’America profonda. Già da qualche anno il rap, soprattutto nella sua versione gangsta, ha cominciato a perdere il monopolio di vendite e media. Il calo si è manifestato a metà degli anni Duemila, per culminare con l’uscita dell’album dello stesso Jay-Z Kingdom Come, a fine 2006: deludente, almeno secondo gli standard dell’epoca. I rapper parevano incagliati, martellavano su temi logori: omofobia, violenza si strada, celebrazione di lusso e ricchezza: il decesso pareva imminente.
Naturalmente non era vero. Il rap, genuina espressione del folk afroamericano, sta semplicemente attraversando la parabola di ogni grande genere: crescita, apoteosi, declino, reinvenzione. Dalla rabbia del South Bronx di metà anni Settanta al sostegno pubblico della campagna elettorale di Obama, passando per lo sdoganamento su Mtv dei Novanta e lo strapotere commerciale globale, i rapper continuano a scrivere l’autobiografia della cultura americana contemporanea, esportandola a livello planetario. È improbabile che pionieri come Afrika Bambaataa e Grandmaster Flash avessero previsto che la prosodia metropolitana di una minoranza ghettizzata avrebbe presto partorito figure di multimilionari imprenditori come Jay-Z, Puff Daddy, Snoop Dogg o 50 Cent. O che la più grande megastar degli anni duemila sarebbe stato un rapper bianco di nome Eminem.
Il fatto che abbiano superato il proprio culmine creativo, diventando un brand, non è necessariamente in conflitto con lo spirito originario dell’hip-hop, che ha sempre rifiutato la gestione discografica dall’alto (bianca) tipica del rock. Sono diventati dei baroni: producono altri artisti, disegnano griffe di moda, comprano e vendono partecipazioni azionarie. E ogni tanto, come nel caso di Jay-Z e Kanye West, sono ancora capaci di qualche zampata creativa.

Eminem

Il rapper di Detroit è il massimo fenomeno musicale degli anni Duemila, quello che ha venduto di più nel decennio: il più controverso, instabile, sincero e imprevedibile. Marshall Mathers III, 90 milioni di dischi venduti, il “re dell’hip-hop” secondo Rolling Stone, i cui album, soprattutto the Slim Shady LP e Marshall Mathers LP hanno scatenato un turbine di lodi da critici letterari (compreso il Nobel per la letteratura irlandese Seamus Heaney) è senz’altro l’Elvis del Rap. Come Elvis (è più dei Beastie Boys) ha sdoganato ufficialmente un genere fino ad allora esclusivamente afroamericano per il pubblico bianco; come Elvis è stato visto dalla maggioranza silenziosa come una sorta di messo luciferino, inviato ad accelerare la caduta della civiltà occidentale. Di rado si era vista in un rapper altrettanta aggressività nei confronti dei colleghi (anche se il “dissing”, abbreviazione slang per “disprespecting”, l’attaccare verbalmente un rivale durante la performance è pratica corrente), espressa con altrettanta perizia. Anche lui ha alle spalle un’infanzia a dir poco difficile, un’adolescenza segnata da violenza ed emarginazione. Una vita privata a dir poco tumultuosa, i cui risvolti diventano materiale d’ispirazione. Nessuno prima di lui aveva cantato i travagliati rapporti personali con la madre, o la moglie, con la stessa micidiale intensità e disarmante franchezza. Il talento verbale di Eminem unito a quello musicale di Dr. Dre creano una partnership artistica formidabile, in cui gli alter ego letterari del rapper – Slim Shady, Marshall Mathers e lo stesso Eminem – hanno stili metrici diversi, un po’ come nell’autore portoghese Fernando Pessoa. Prima di lui solo Bob Dylan e Leonard Cohen, (il quale non a caso proveniva dalla letteratura) hanno ricevuto altrettanta attenzione per le loro capacità poetiche. Dopo i primi folgoranti tre album e un film (Il noto 8 Mile) Eminem sparisce per qualche anno dalle scene, segnato da problemi di tossicodipendenza. I suoi due ultimi lavori, Relapse del 2009 e Recovery l’anno successivo vendono bene, ma non quanto il passato. Al momento sta lavorando ad un nuovo album solista, ad un film sul pugilato (Southpaw) e sta producendo il gruppo Slaughterhouse per la sua Shady Records.

Jay -Z

Di Shawn Corey Carter, in arte Jay-Z, è difficile elencare i primati. Basterà indicarne un paio: undici album numero uno nella classifica Billboard 200 e il titolo di miglior MC di tutti i tempi nella classifica di MTV. L’attuale album Watch the throne, in combutta con il più giovane Kanye West, è l’ultimo capitolo di una sfolgorante carriera che esemplifica a perfezione il sogno (afro)americano. Nato in una parte diseredata di Brooklyn, la sua è stata l’adolescenza di moltissimi giovani neri: cresciuto senza un padre, ben presto ricorre allo spaccio di crack per campare. La musica lo avrebbe ben presto deviato da una traiettoria di malavita. Nel perfetto ethos DIY dell’hip-hop fonda assieme ad altri la Roc-a-Fella (assonanza tra il nome della famiglia Rockfeller e “rock a fellow”), casa discografica che avrebbe cambiato la faccia del rap. Due dei suoi album, l’esordio Reasonable Doubt, del 1996 e The Blueprint, del 2001 sono considerati pietre miliari del genere. Dopo il formidabile Black Album del 2003 decide di ritirarsi dalle scene e accetta la presidenza della Def Jam Records, il primo rapper a dirigere una major. Ma il prepensionamento sarebbe durato poco e tre anni dopo rieccolo con Kingdom Come. Ha fatto decollare la carriera di Rihanna, ha scoperto una sfilza di giovani talenti, tra cui Young Jeezy, Teairra Marí, e Bobby V. Con sua moglie, la stella R&B Beyoncé Knowles, possiede una fortuna stimata attorno ai 750 milioni di dollari. Carter è il secondo artista hip hop ad essersi esibito alla Carnagie Hall di New York (solo l’ex-Fugees Wyclef Jean lo aveva fatto prima di lui), il mausoleo della musica colta ed è in un certo senso il re di New York, quello che ha saputo, con il pezzo “Empire states of mind”, in duetto con Alicia Keys, creare l’inno contemporaneo della grande mela. Possiede una quota di una squadra di basket, i Brooklyn Nets, ha creato una linea di abbigliamento, la Rocawear, cura festival, sostiene Obama e Bloomberg: è lui, più di ogni altro, ad aver portato il rap nel mainstream. Si è definito il Sinatra nero: il paragone non suona fuori luogo.

Kanye West

Più giovane dell’attuale complice Jay-Z (ha compiuto 35 anni la scorsa settimana) West, di Atlanta ma cresciuto a Chicago, è una figura di rapper atipica. Di origini middle class – suo padre era un fotoreporter, sua madre una professoressa di letteratura inglese – anziché spacciare nel ghetto frequenta l’università, che poi abbandonerà per concentrarsi sulla musica. È quindi diverso dal cliché del gangsta rap, anche se l’egotismo smisurato rimane. Nel 2007, la sfida con 50 Cent è rimasta memorabile: entrambi fecero uscire i propri album lo stesso giorno e 50 Cent disse che avrebbe lasciato la musica se il suo avesse venduto meno di quello del rivale. West stravinse e 50 Cent desistette dall’intento.
Come Jay-Z e 50 Cent è una personalità poliedrica: producer, rapper, imprenditore, designer di moda. Inizia come talentuoso produttore che firma una sfilza di singoli di successo per molti (tra cui Common, Mobb Deep, Jermaine Dupri, Scarface, The Game, Alicia Keys, Janet Jackson, John Legend, Ludacris e l’album The Blueprint, il capolavoro di Jay-Z) ma inizialmente non riesce ad ottenere un suo contratto discografico. Seguiranno poi cinque impressionanti album, The College Dropout (2004), Late Registration (2005); Graduation (2007) 808s & Heartbreak (2008) e My Beautiful Dark Twisted Fantasy (2010) tutti disco di platino, quattordici Grammy e vari altri premi. Kanye West dice quello che pensa: a volte a sproposito, come nel 2009, quando agli MTV Video Music Awards strappò di mano il microfono alla giovane stella country Taylor Swift che aveva appena ricevuto il premio per dire che lo avrebbe dovuto ricevere Beyoncé. A volte meno, come quando durante la diretta di un concerto per raccogliere fondi per le vittime dell’uragano Katrina deviò dal copione accusando l’allora presidente Bush di trascurare la comunità nera. West, attualmente fidanzato con Kim Kardashian, che gli ha regalato una Lamborghini da 750.000 dollari, è un devoto cristiano. La sua casa discografica, la GOOD Music, ha appena pubblicato il singolo di Hit-Boy, giovane promessa californiana.

50 Cent

Se non è miracolato, poco ci manca. Curtis James Jackson III, in arte 50 Cent, sembra uscito da un manuale d’iconografia gangsta: muscoli, cicatrici, giubbotto antiproiettile, sguardo torvo. È tutto tristemente vero: la galera, lo spaccio, le sostanze, gli accoltellamenti. Soprattutto quei nove colpi di pistola quasi a bruciapelo (sparatigli dalla guardia del corpo di Mike Tyson) dai quali scampa non si sa come nel 2000. Niente di strano che l’episodio sia diventato il mito fondante della sua carriera. Nato e cresciuto nel Queens, figlio di una spacciatrice di cocaina che muore quando lui ha solo otto anni, padre assente, viene tirato su dai nonni e sembra avviato a un’esistenza a base di crack e malavita. Ma la musica lo avrebbe salvato, o quasi. Scoperto da Jam Master Jay, leggenda dei Run DMC (che sarebbe stato assassinato qualche tempo dopo di lui) viene però propriamente lanciato da Eminem e Dr. Dre, che nel 2003 gli procurano il contratto e gli producono l’album della svolta, Get Rich or Die Tryin’, cui è abbinato il film omonimo. A cui fa seguito il successo di The Massacre , del 2005. Ma il declino di vendite, coinciso con quello del gangsta rap di cui è ormai diventato il principale esponente, sarebbe arrivato poco dopo, con Curtis, l’album che nel 2007 segna la sua sconfitta da parte di Kanye West, che lo surclassa con il suo The Graduation, uscito lo stesso giorno. Segue un periodo di limbo. Un nuovo album, il quinto, ripetutamente annunciato e in cui dovrebbe figurare Eminem, ancora deve vedere la luce. Nel frattempo, il rapper del Queens si dedica ad amministrare una fortuna stimata attorno ai cento milioni di dollari: editoria (ha scritto un paio di libri autobiografici e fondato la G-Unit books, dal nome del suo gruppo degli esordi) abbigliamento, bevande energetiche, profumi, videogames. È l’unica megastar nera dell’hip-hop a non fare mistero delle proprie simpatie repubblicane.

Queer rap

Anche nel rap crollano i tabù. Lo dimostra la comparsa dei primi rapper gay in una subcultura che fino a qualche tempo fa faceva di omofobia e misoginia una bandiera. Non solo tutte le maggiori star, da Jay-Z a Eminem, da 50 Cent alla controversa star del reggae Beenie Man, stanno facendo dietrofront dopo anni passati a insultare e demonizzare la comunità omosessuale (la generazione successiva di Kanye West era già meno intollerante), soprattutto dopo la decisione di Obama di appoggiare pubblicamente il diritto dei gay al matrimonio. Già qualche anno fa il rapper americano Deadlee aveva fatto pubblicamente outing. E ora cominciano ad affacciarsi sull’orlo del mainstream altri rapper dichiaratamente gay, riconoscendo finalmente anche all’hip-hop la complessità del reale. Nomi come Zebra Katz (con il magnetico singolo “Ima read”), Cocky da Homo (alter ego abbastanza eloquente) Cakes Da Killa, Mykki Blanco o il duo di Brooklyn House of LaDosha emergono dall’underground newyorchese, grazie soprattutto ad una crescente popolarità nel mondo della moda, rifacendosi alla scena dei party vogueing di fine anni Ottanta e alla contaminazione con la performance art. Le loro esibizioni nei club di Manhattan, in cui travestitismo e immaginario femminile si mescolano sorprendentemente alla spregiudicatezza e all’aggressività tipiche dei colleghi etero, sono sempre più sold-out. Mai prima d’ora l’immaginario e le pose macho del rap tradizionale erano stati aggrediti da una creatività altrettanto iconoclasta e dirompente. Non è solo la testimonianza del fatto che anche l’hip-hop stia facendo il proprio ingresso – benché tardivo – nel postmoderno: è anche il segno della conquista ormai completa del mercato di massa da parte di tutto un genere, l’avvenuta – sofferta ma ineluttabile – presa di coscienza del fatto che l’eterosessualità, nel rap come in qualunque altro ambiente sociale e culturale, è un indifendibile dogma.

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

1 thought on “Gli oligarchi dell’hip-hop”

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