Murdoch, Birley, Bowie

Un pezzo sull’Espresso sul delfino del quarto potere, uno su Vogue su un’asta londinese di modernariato e un post, sempre sull’Espresso.

Mentre qui si ascolta il nuovo Bowie in streaming, per adesso cercando di non scadere nel sentimentalismo.

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

4 thoughts on “Murdoch, Birley, Bowie”

  1. Rispetto a ‘Tempi di crociate’, proprio stamane alla BBC Radio 4 ho sentito un’intervista al Tory Bernard Jenkin che profetizzava la fine del voto ai grandi partiti e l’avvento anche in the UK di un ‘governo dei comici’ se gli abitanti del villaggio di Westminster non cambiano musica.
    Hai ragione tu caro Clausi, quando dici che l’Italia e’ un laboratorio.

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  2. Ho ascoltato il disco di Bowie un paio di volte (forse un pò poco per farsi un idea).
    Il disco non è brutto, ma tolti i sentimentalismi e le nostalgie non resta un granchè; dopo magari lo ascolto meglio e cambio idea.
    Comunque sempre un paio di spanne al di sopra di ciò che ci viene propinato quotidianamente da radio e tv (almeno qui in Italia).
    A te che impressione ha fatto?

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    1. hello you. quantomai prematuramente: non siamo ancora ai livelli del troppo sottovalutato heathen. qua e là qualche zampata magistrale, e la solita commistione accattivante di atmosfere solo apparentemente scontate. per ora, non regge ancora i dieci anni di attesa. ma heathen era un disco davvero notevole, l’unico suo che ascolti dai quasi vent’anni che ci separano da outside. tutto il resto per me è ormai come rileggere lettere d’amore dell’adolescenza.

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      1. Anche io concordo per quanto riguarda OUTSIDE.
        Da HOURS in avanti (HEATHEN compreso) invece ho la sensazione che stilisticamente giochi un pò troppo ad autocitarsi (vedi anche la copertina dell’ultimo), a fare dischi che richiamino cosa già fatte da lui in passato pescando un pò qua e un pò la nel suo repertorio.
        Niente di grave per carità… cose che fanno anche altri musicisti della sua generazione, ma la parola “ordinario” mi fa un pò tristezza applicata ad un’artista che è sempre stato un emblema del trasformismo o comunque di un certo modo di fare musica.
        Non che mi aspetti che a 65 anni faccia un disco diverso dall’altro come faceva negli anni 70, però una virata stilistica verso qualcosa di nuovo o inaspettato (che so… un disco jazz, o uno completamente acustico per fare i primi esempi che mi vengono in mente) quello si.
        Spero comunque di vederlo dal vivo (anche se non pare troppo intenzionato a fare tournèe), visto che non ne ho ancora avuta l’occasione.

        PS: per quanto riguarda HEATHEN e REALITY (pubblicati ad un anno di distanza l’uno dall’altro), sono sempre stato dell’idea che se avesse fatto uscire un album unico eliminando la canzoni riempitivo, sarebbe stato un disco veramente notevole.

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