Apo(p)calypse

boards of canadaNel pop-rock, un genere dalla storia piena di lunghe assenze colmate da deludenti ritorni, otto anni sono un’eternità. Basti pensare, tanto per restare nella botanica, a Guns N’ Roses e Stone Roses: entrambi ci misero anni a dare un seguito ai rispettivi album, restando poi ibernati per altrettanti. Figuriamoci poi nell’elettronica, dove i gruppi si riproducono ed estinguono con la velocità di microorganismi.


Eppure questo 2013 sta smentendo la tradizione con una serie di riapparizioni a distanza di anni (Daft Punk, David Bowie, Black Sabbath, My Bloody Valentine) tutte di livello buono, se non ottimo. A conferma di questa gradita inversione di tendenza, ecco l’atteso ritorno dei Boards of Canada con Tomorrow’s Harvest, un album che – a otto anni dall’opaco predecessore, The Campfire Headphase -, è già in corsa come migliore dell’anno.

Già, ma chi sono i Boards of Canada? Pur evitando le pose da cartoni anonimati dei Daft Punk, con quelle maschere da pupazzi-robot a nasconderne le sembianze, il duo è a sua volta circondato da un alone di mistero. Sappiamo che sono fratelli e che sono scozzesi. Che hanno fatto la fortuna della Warp Records di Sheffield, etichetta portabandiera della IDM (Intelligent Dance Music, definizione involontariamente ironica) con nomi che hanno contrassegnato l’elettronica degli anni Novanta: Autechre, Aphex Twin, Squarepusher, Seefeel. E che hanno al loro attivo quattro album e sei EP.

Questo è il poco che sappiamo, oltre al fatto che non rilasciano mai interviste – unica eccezione, il solito Guardian – e che hanno fatto l’ultimo concerto nel 2001. Se non sono esattamente laboriosi sul fronte della promozione convenzionale, è perché oggi il mito si propaga sottraendo, non aggiungendo. E se sono diventati oggetto di un culto che nei loro estimatori rasenta il fanatismo, è per via di una sagace auto-segregazione e del controllo assoluto della propria immagine. Prendiamo la campagna virale per il lancio di Tomorrow’s Harvest, per cui la famosa definizione di Churchill sulla condotta dell’Urss durante l’ultima guerra – “Un rebus avvolto in un mistero all’interno di un enigma” – sembra fatta apposta.

È cominciata con un anonimo vinile acquistato in un negozio di dischi di New York, durante il Record Store Day lo scorso 6 aprile, contenente un frammento di venti secondi di musica elettronica e un codice. Che avrebbero condotto, dopo una decifrazione enigmistica, ad altri della stessa serie. Attraverso i quali, infine, si approdava al link di un video inedito e alla possibilità di prenotare il nuovo album. Dopo un febbrile passaparola online, i fan si sono immediatamente lanciati nella soluzione di questa sciarada, litigandosi poi il vinile in questione su Ebay per una cifra attorno ai 5.000 Euro.

L’elettronica di Michael Sandison e Marcus Eoin è liquida, atmosferica, delicatamente sinistra. Sono nati e vivono nella Scozia rurale, non la Silicon Valley o Detroit. E non amano spostarsi da lì. Il loro studio è in una fattoria circondata da cervi e conigli. E la base che si sono scelta – con la fissità degli orizzonti aperti e l’assenza di cacofonie metropolitane – ha parecchio a che vedere con il loro suono, una quantità di frammenti digitali e analogici meticolosamente stratificata, dove la ritmica emerge e s’inabissa di continuo in mezzo a pennellate di sintetizzatori d’epoca.

È un suono che scaturisce dall’immagine: non a caso i due sono fanatici di colonne sonore. Citano tra le proprie influenze John Carpenter e Mark Isham e poi, non del tutto sorprendentemente, tre nostri compositori per il cinema: Riz Ortolani, Fabio Frizzi e Stefano Mainetti. Ma non lasciatevi ingannare. Le immagini non sono quelle dei B-movie, americani o italiani che siano: sono piuttosto quelle di documentari anni Settanta, come quelli del National Film Board of Canada, da cui il gruppo prende il nome, oppure delle pellicole in super 8, ai cui fotogrammi dalla patina vintage e dalla grana grossa le famiglie della classe media affidavano il proprio privato. Ed è un suono spesso inframmezzato da campionamenti di voci umane, soprattutto infantili, che contano da uno a dieci e che gli ha guadagnato la fama di cultori dell’occultismo e della numerologia.

Rispetto ad altri nomi storici della Warp Records, che hanno sempre conservato il cromosoma dance, i BoC sono dei contemplativi: i primi due loro album, Music has the right to children (1998) e Geogaddi (2002) sono il manifesto di un’elettronica introversa, quasi pastorale, frutto di un immenso lavoro di taglia e cuci e di ricerca di sonorità analogiche. E dove trionfa la fissazione per il modernariato: da anni i due fratelli collezionano synth e strumenti elettronici decrepiti, per poi abbinarli a tecniche di composizione e missaggio contemporanei. Per questo Tomorrow’s Harvest andrebbe preferibilmente ascoltato in cuffia, meglio se con un buon impianto. Il singolo, la stupenda “Reach for the dead” rimanda subito al suono caldo e ricco del Jean Michel Jarre di Oxygène (1976).

Ma non siamo soltanto in territori lontanissimi dal dance-floor: l’atmosfera di Tomorrow’s Harvest è addirittura post-apocalittica. È uno sguardo emotivo sull’innocenza perduta di una specie, la nostra, che con la risolutezza di un sonnambulo pare dirigersi verso l’annichilimento proprio e della biosfera.

L’album prende il nome da un negozio online che vende articoli di prima necessità per sopravvissuti negli Usa attanagliati dall’incubo nucleare, bersagliati ormai regolarmente da tifoni ultradistruttivi in cui le famiglie con un bunker nel giardino sono in continuo aumento. E fra titoli non esattamente idilliaci – “Cold earth”, “Sick times”, “Come to dust”, “Reach for the dead” –, c’è “Jacquard Causeway”, un rimando ad Albert Jacquard, il genetista francese apostolo della decrescita.

Anche la copertina è adeguata: una foto dello skyline di San Francisco presa da una dismessa base militare limitrofa, dove la luce in sovraesposizione lascia temere un’imminente deflagrazione atomica. Insomma, è un album perfetto per commentare l’aspetto misterioso e desolato di Chernobyl o Fukushima, posti dove ogni intimità domestica è stata improvvisamente spazzata via da una natura e una tecnologia che l’uomo si è lasciato scoppiare tra le mani. E che dietro di se ha lasciato immagini en plein air di pareti a brandelli con i quadri ancora diligentemente attaccati.

Il pop elettronico ha di solito un sostrato roseo: esalta fiduciosamente il futuro, lo scandire perfetto del tempo e il suo risparmio. Non quello dei Boards of Canada.“Celebriamo l’idea di crollo piuttosto che resistervi”, hanno detto i fratelli al Guardian. Per poi aggiungere: “La tecnologia moderna dà spesso un’illusione di maggior potenza quando, in realtà, provoca una rimozione della libertà ed è omologante”. Pessimismo? Forse. Realismo? Di sicuro.

In questo 2013 finora così fertile, dopo l’elettronica retrofunky giocosa e ammiccante dei Daft Punk, ecco un altro fantomatico duo che lascia il segno nell’immaginario contemporaneo con un album magistrale. Solo che invece di farci ballare, come i Daft Punk, sul ponte mentre la nave affonda, preferisce offrircene il ricordo. Immaginandoselo anni dopo il naufragio.

 

(Questo stesso articolo, editato come un agnello in una macelleria halal, è sull’Espresso di questa settimana)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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