Shades of Cocteau

lana-del-reyUltraviolence, il disco di Lana del Rey è… bello. Per quanto riesca ad esserlo un prodotto superpatinato. La “edginess” della produzione di Dan Auerbach (Black Keys), pur erogata col dispenser del dentifricio Mentadent, riesce perfettamente nell’intento. Bisogna solo ignorare i testi: titoli come “Fucked my way to the top” e “Money Power Glory” bastano a farti capire che non si tratta di un disco influenzato da Simone de Beauvoir. Ma Del Rey è un’ottima vocalist, ha la voce di un’americana bianca con la sua pettinatura, le unghie lunghe, i barbiturici, i capelli tinti e uno scotch in mano.

Lana del Rey è anatema per un’idea di femminismo contemporaneo che vada al di là del contentino paraculo dell’empowerment.  Anche la sua autocoscienza femminile è ferma agli anni Sessanta. Perfettamente Sixties, ma più Mad Men che Blue Velvet.

Che sia in un salotto Eames in suburbia, verso le cinque del pomeriggio d’inverno, mentre la penombra comincia ad allagare il living room, o che sia un po’ Pfeiffer – che scende pigra e irresistibile le scale dell’appartamento di Pacino-Scarface, prigioniera di violenta gelosia, annoiata, passive-aggressive, inappetente per l’abuso di sostanze – Del Rey ama la patina del denaro, il profumo dell’illegalità. Sguazza nella decadenza morale di questo immaginario, suona la lira mentre Beverly Hills è in fiamme.

Così ha creato questo sua dramatis personae, una donna che senza il suo uomo (violento) è incapace di intendere e di volere, che si domanda onestamente cosa sia senza di lui, che accarezza la propria subordinazione fino a farne un trofeo. Ma che ha  il coefficiente di WASPness perfetto per una pubblicità vintage di Ralph Lauren, i capelli scarmigliati mentre si allontana in un’immensa convertible.

Eppure tutto questo viene sorprendentemente redento dalla  morbidezza del timbro della voce. Anche quando – soprattutto in un brano come “Shades of cool” – è pesantemente indebitata nei nei confronti di Elisabeth Fraser, preziosissima vocalist dei Cocteau Twins.

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

2 thoughts on “Shades of Cocteau”

  1. D’accordo sulla nicchia che si e’ scavata e su come la hai collocate musicalmente e culturalmente. Puo’ essere anche che con tutti i soldi che ha fatto si sia permessa una buona produzione. Ma non sa cantare, secondo me, e’ una lagna iperprodotta. Mi e’ capitato di vedere dei video live, e di capacita’ canore qui io non ne vedo affatto. La Del Rey e’ un falso sotto tutti i punti di vista, ben piu’ di quanto ammetta implicitamente di esserlo.
    E poi questo revival pop su tema Mad Men (vedi anche: http://www.youtube.com/watch?v=nCkpzqqog4k) e’ una noia improponibile.
    Quel tipo di donna col cuore spezzato, dedita e devota, autodistruttiva e medicata, e’ stata incarnata perfettamente (al livello di mega-stars del jazz e soul) da Billie Holiday (http://www.youtube.com/watch?v=IQlehVpcAes), ha trovato una sua soave espressione bianca in Dusty Springfield (http://www.youtube.com/watch?v=11fFE9lR56U), ed e’ stata ripresa (con conseguenze tragiche) da una giovane Amy Winehouse (http://www.youtube.com/watch?v=nMO5Ko_77Hk).
    Della Del Rey non si sentiva bisogno e ugualmente non se ne sentira’ mancanza.

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  2. non condivido appieno la stroncatura ma capisco bene da dove viene. la cosa triste è proprio che la nefasta donna a misura d’uomo che incarna, la massaia industriale/trofeo del boss, sia ancora ostinatamente in auge. e che sia considerata glamour.

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