Shades of Cocteau

lana-del-reyUltraviolence, il disco di Lana del Rey è… bello. Per quanto riesca ad esserlo un prodotto superpatinato. La “edginess” della produzione di Dan Auerbach (Black Keys), pur erogata col dispenser del dentifricio Mentadent, riesce perfettamente nell’intento. Continua a leggere “Shades of Cocteau”

Quattordici anni senza i Dead Can Dance

La prima volta che ascoltai l’attacco di “The Host of Seraphim”, brano di apertura di The Serpent’s Egg (1988) rimasi di sale. Il post-punk aveva spesso giocato con la serietà, ma da saccenti studenti d’arte. Qui ci si trovava di fronte a due sacerdoti ortodossi la cui musica grondava di aldilà, di filosofia, metempsicosi, karma, ecc., una reazione postmoderna al pop come genere di consumo che aveva avuto nel folk-rock il suo equivalente vent’anni prima. Continua a leggere “Quattordici anni senza i Dead Can Dance”

Una cascata di diamanti

Il capriccio, il nonsenso, il gioco, l’enigma, una punta di Dada. Questo, e molto altro nella musica dei – per me – imprescindibili Cocteau Twins. Ascoltandoli (il loro suono mi ha sempre fatto pensare al rumore di un sacchetto di diamanti bruscamente rovesciato su una superficie metallica, ma non ho ancora avuto il piacere di verificare) mi sono posto sempre delle domande importanti. Manco a dirlo, come tutta la buona musica, sono bravissimi a domandare: a rispondere non ci provano nemmeno. Da anni voglio scrivere qualcosa che renda giustizia, se non a loro, alla passione che ho per loro e la voce di Liz Fraser. Ma siccome – come mille altre cose che avrei dovuto scrivere – ancora non l’ho fatto, mi limito a gettare sulla carta questo spunto a caso, mentre ascolto questo stesso pezzo che potete ascoltare anche voi. Mentre scrivevo altro, mi ha inchiodato: tutto il resto può aspettare questi dieci minuti.