Tracey Emin tra solitude e loneliness

1413502876389_wps_13_London_UK_6_October_2014_-1L’immensità immacolata della White Cube Bermondsey t’inghiotte. La galleria di South East London ha le dimensioni di un museo: ci vuole fegato per riempirla con lavori di superfici limitate. Ma Tracey Emin è tutto fuorché pavida. Il minimo che ci si possa aspettare da un’artista che intitolò la sua prima mostra “La mia retrospettiva più importante”.

Emin è in grande forma: la torva bellezza e la disinvoltura sfrontata sono quelle di sempre. Sta presentando “The last great adventure is you”,“L’ultima grande avventura sei tu”: circa ottanta nuovi lavori tra sculture in bronzo, dipinti, tempere, ricami e gli ormai consueti neon. La maggior parte sono studi a tempera del proprio corpo e della sua caducità, indagano il passaggio dalla figura slanciata di una trentenne alle volumetrie più matronali della donna che è oggi. Il tratto, elegante e nevrotico, fa immediatamente pensare a Schiele. A chiudere, una serie di bronzi dove il corpo umano è torto, mutilo e incompiuto. Gli uni e gli altri sono il risultato di corsi di disegno e scultura che ha frequentato recentemente. A tre anni dalla grande retrospettiva che le aveva dedicato l’Hayward Gallery, questi nuovi lavori sono l’autoritratto dell’artista da non più giovane.

«Ho fatto il giro completo, sono tornata alla scuola d’arte», dice candidamente. È normale per le star degli ex Young British Artists, nati nel concettuale, provare a tornare alla fonte originaria – l’arte come tecnè – ed essere sbranati dalla critica, come nel caso di Damien Hirst quando si è azzardato a dipingere. Non così Emin, assai più solida del collega, soprattutto nel disegno. Eppure quella sensazione di – pur brillante – saggio di fine anno all’accademia d’arte resta difcile da scacciare.

«È stato come andare in un altro paese e studiare la lingua», dice del corso di scultura: «Ho imparato come interpretare i miei disegni in 3D e l’ho fatto con le mie mani», contrariamente a molti artisti, che si affidano ad altri. «Improvvisamente, mi sono resa conto che dovevo imparare cose nuove, altrimenti la mia vita sarebbe stata molto noiosa. Non voglio continuare a fare sempre le stesse cose», come fanno molti colleghi di mezza età: «Soprattutto se hanno successo», conclude.

Emin, che ha oggi 51 anni, è sola e senza figli, in una situazione di totale e incondizionata dedizione alla sua arte. E proprio questo, «la semplice realizzazione del fatto che siamo sempre da soli», è stata la base della sua recente ispirazione. Segue quella che pare una lunga “excusatio non petita”. «Sono completamente sola e voglio festeggiarlo. Non mi piango certo addosso, ma da sola devo fare i miei piani per il futuro. Non sono mai stata così ambiziosa ed entusiasta del mio lavoro come adesso. In me stessa trovo qualcosa cui è bello tornare, sono serena e a mio agio con quello che faccio». Insiste sulla differenza fra “loneliness” e “solitude”, che l’italiano non può che rendere in perifrasi. La prima è solitudine sofferta, la seconda solitudine scelta. «Chi brama la solitudine sa di cosa parlo. È un po’ come la sensazione di uno scalatore che sta per arrivare in vetta e non vede l’ora di godersi il grandioso scenario da solo, senza i compagni di cordata».

Per un’artista che ha saputo abbattere nettamente il confine fra arte e vita, la rinuncia, forzata o meno che sia, alla maternità è ancora il nodo centrale. «Non penso che sarei riuscita a lavorare se avessi avuto dei figli. Sarei stata madre al cento per cento o artista al cento per cento. Essere entrambe le cose avrebbe richiesto un compromesso. Alcune donne ci riescono, ma non sono il tipo di artista a cui aspiro. Certo che ci sono buoni artisti che hanno figli: si chiamano uomini». Inutile cercare una grande artista al pari di Picasso o di Rembrandt: non ci sono. E Louise Bourgeois, amica e punto di riferimento artistico? «Ora non c’è più, ma sarebbe la prima ad ammettere che la maternità non era tra i suoi punti di forza». Scegliere la solitudine per Emin significa aspirare alla grandezza dei suoi modelli, Munch e Rodin sopra ogni altro.

Questa mostra «doveva essere l’avventura di qualcun altro», dice, riferendosi al titolo. Ma, un po’ come un boomerang, è toccato a lei, artista che sta «scendendo a patti con la terza età». Fin dagli esordi negli anni Novanta nel drappello degli ex-enfant terrible britannici di Charles Saatchi, l’autobiografismo disarmante di Emin è ciò che la rende accessibile e identificabile. «My bed», l’installazione che l’ha resa famosa per le polemiche che scatenava, è stata appena comprata da un collezionista tedesco per oltre due milioni di sterline. È l’opposto delle altre opere simbolo dell’epoca: al gelo sarcastico da laboratorio emanato dalle mucche e dagli squali di Hirst, contrapponeva il pathos plumbeo e febbrile della sofferenza amorosa, anticipando la spettacolarizzazione del quotidiano da reality show dell’era Blair.

L’autoritratto in forma di confessione, così ricorrente nella storia dell’arte, in lei diventa un ininterrotto selfie provocatorio, struggente, impietoso, che le permette di arrivare al cuore del pubblico. Emin, che ha avuto una vita travagliata – una violenza, due aborti – non conosce l’ironia. Le sue vicissitudini biografiche sono da sempre il carburante di una strenua determinazione. L’ascesa da self-made woman, dalle origini working class alla ricchezza fenomenale di oggi – ha case a Saint Tropez, New York e Miami, oltre allo storico studio ricavato in una casa georgiana a Brick Lane – è da manuale di meritocrazia contemporanea. Non c’è da sorprendersi che abbia votato i tories di Cameron, soprattutto se si pensa ai collezionisti che acquistano le sue opere. Saatchi stesso era la mente dietro la campagna elettorale di Margaret Thatcher.

Riconosce che la boa dei cinquanta sia un passaggio importante. Le coppie, una volta imboccato il sentiero della vecchiaia, preferiscono ritirarsi in campagna. «Quando si è da soli, di piani del genere non puoi farne. Bisogna guardare avanti». Nessuna tregua: l’aspettano un’altra mostra in Austria, una commissione in Australia e un libro sull’esperienza dell’aborto: «Voglio chiudere un capitolo » . E sugli Young British Artists, il gruppo con cui cambiò faccia all’arte, nessun sentimentalismo. «Sono passati vent’anni. È come parlare a qualcuno che era in un gruppo e poi ha avuto un’ottima carriera per conto proprio. Non cerco di riformare il gruppo, e fare una tournée non m’interessa. Mi piacciono i miei piccoli concerti da solista.»

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Assieme a Damien Hirst, Tracey Emin è nome di punta degli Young British Artists e tra le figure più celebri dell’arte britannica. A loro, assieme al curatore Nicholas Serota e al gallerista Charles Saatchi, si deve la reinvenzione di Londra come crocevia d’arte negli anni Novanta. Nata nel 1963 a Croydon (South London) ma cresciuta a Margate, povera cittadina sulla costa orientale, ha avuto un’infanzia difficile: i suoi gestivano un albergo poi fallito; il padre, turco cipriota, era assente. Tracey subisce uno stupro e quest’esperienza, aggravata da due futuri aborti, segna la sua produzione artistica. Si diploma presso il Maidstone College of Art nel 1986, e completa gli studi di pittura presso il Royal College of Art nel 1989. Trasferitasi a Londra, apre con la collega Sarah Lucas un negozio-galleria che attira l’attenzione di Jay Jopling della White Cube, che ospita la sua prima personale ed è a tutt’oggi il suo gallerista. Nel 1997 in “Sensation”, famigerata mostra alla Royal Academy organizzata da Saatchi, espone uno dei suoi capolavori: “Everyone I have ever slept with 1963- 1995”, una tenda con ricamati tutti i nomi delle «persone con cui sono andata a letto dal ‘63 al 95». Perde di un soffio (dietro a Steve McQueen) il Turner Prize con “My bed,” meticolosa ricostruzione del suo letto sfatto tra bottiglie di vodka, preservativi, cerotti e altre reliquie di un weekend di disperazione alcolica. L’installazione, alla Tate Modern, scatena un putiferio. Saatchi compra l’opera e da lì la carriera di Emin non si ferma più. Ha esposto ovunque, rappresentato la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia nel 2007 e nello stesso anno è stata eletta alla Royal Academy of Arts.

(L’espresso, 23-10-14)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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