La scacchiera del cancelliere

Dipinto com’era — nel migliore dei casi come gelido Appa­rat­chik esperto di dop­piezza e nel peg­giore come un bom­ba­rolo filo-insurrezionalista -, la scelta di Jeremy Cor­byn di affi­dare il dica­stero ombra delle finanze (Can­cel­liere dello Scac­chiere) a uno come John McDon­nell è stata una­ni­me­mente con­si­de­rata dai com­men­ta­tori come un segno di debo­lezza del segre­ta­rio nei con­fronti del cieco demone radi­cale impos­ses­sa­tosi del Labour.

Que­sto è stato vero almeno fino a lunedì mat­tina, quando l’acuminato McDon­nell, la cui asciut­tezza e pun­tua­lità dia­let­ti­che sur­clas­sano ampia­mente quelle del lea­der, ha preso la parola nel primo inter­vento dav­vero impor­tante di que­sto con­gresso labu­ri­sta, il primo dell’anno zero del partito.

E ha subito scon­ten­tato chi, per motivi dia­me­tral­mente oppo­sti, spe­rava dal suo discorso emer­gesse una visione capace di tra­scen­dere il buon vec­chio key­ne­si­smo per­fetto che pre­scrive ragio­ne­vol­mente di curare l’economia prima e pen­sare al defi­cit poi: quello che vanno ripe­tendo da anni legioni di eco­no­mi­sti dal volto umano, insomma, alcuni dei più impor­tanti dei quali, come Piketty e Sti­glitz, non risulta abbiano get­tato pneu­ma­tici incen­diati con­tro la poli­zia, almeno ulti­ma­mente (per la cro­naca i due, insieme a Mariana Maz­zuc­cato, fanno ora parte del pool di con­su­lenti del par­tito sull’economia).

Tanto che, a volerla dire tutta, la sua visione eco­no­mica del Labour di governo non risulta gran­ché dis­si­mile da quella del suo tapino pre­de­ces­sore, quell’Ed Balls un tempo bro­w­niano trau­ma­ti­ca­mente spu­tato fuori da West­min­ster dall’uninominale secco alle ultime politiche.

Così, in quello che aveva anti­ci­pato sarebbe stato un discorso «mor­tal­mente noioso», McDon­nell ha sfog­giato com­pe­tenza, rifles­si­vità e mode­ra­zione. Ha par­lato da mini­stro di un par­tito di governo, teso per­lo­meno ad atte­nuare la grande peur del mondo dell’impresa e a sfa­tare il tabù della pro­pria ineleggibilità.

Con sobrietà, senza le bat­tute e i lazzi che da anni domi­nano l’oratoria in un con­gresso il cui tasso di demo­cra­ti­cità e par­te­ci­pa­zione fat­tiva era in tri­ste declino, ha respinto le accuse spesso rivolte alla sini­stra Labour di essere «nega­zio­ni­sti del defi­cit». Ha riaf­fer­mato l’impegno del par­tito verso una «cre­scita dina­mica», da otte­nersi attra­verso la fine degli sgravi fiscali per i ric­chi e un mag­giore moni­to­rag­gio dell’evasione ed elu­sione fiscale, soprat­tutto dei giganti digitali.

Ha annun­ciato una revi­sione del man­dato della Banca d’Inghilterra pur senza mini­ma­mente minac­ciarne l’autonomia, un man­dato discusso dal par­la­mento ormai 18 anni fa. E ha nuo­va­mente teso la mano ai tran­sfu­ghi mode­rati del par­tito, scom­parsi nelle retro­vie dopo essersi ritro­vati improv­vi­sa­mente sotto la guida del «dino­sauro» Corbyn.

Assai gra­diti dalla pla­tea sono stati quei pas­saggi in cui si è ripro­messo di eser­ci­tare un con­trollo più strin­gente su eva­sione ed elu­sione fiscale (anche que­sto attra­verso una ridi­scus­sione del ruolo del mini­stero dell’economia e delle finanze); quello in cui ha annun­ciato l’introduzione di un red­dito minimo legato all’economia reale e la fine degli sgravi fiscali agli immo­bi­lia­ri­sti che lucrano sugli affitti fuori con­trollo, soprat­tutto qui a Lon­dra; e quello in cui ha risug­gel­lato l’affinità di spi­rito e vedute del par­tito con la sua costola fon­da­tiva, il sindacato.

Ha poi invo­cato un’azione reale per col­mare il gap tra le retri­bu­zione maschili e fem­mi­nili nel mondo del lavoro, in Uk attual­mente al 19% e — dul­cis in fundoper i mode­rati — ha com­mis­sio­nato a un fun­zio­na­rio pub­blico di rilievo, Lord Ker­slake, un rap­porto su come miglio­rare la fun­zione del Tesoro.

Pru­denza invece sul «quan­ti­ta­tive easing del popolo» al quale anche il lea­der aveva ripe­tu­ta­mente fatto rife­ri­mento in cam­pa­gna elet­to­rale: è ancora pre­sto per deli­nearne i dif­fi­cili contorni.

Ha poi chiuso con que­sta frase, tra gli applausi: «Siamo idea­li­sti, sì, ma il nostro è un idea­li­smo prag­ma­tico per fare le cose, per tra­sfor­mare la nostra società. Rima­niamo ispi­rati al credo e alla spe­ranza che un altro mondo è pos­si­bile. Que­sta è la nostra oppor­tu­nità per dimo­strarlo. Cogliamola».

(il manifesto, 29/09/15)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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