Il Rembrandt di Camden

Presso la stazione ferroviaria di Liverpool Street, nell’East end londinese, da qualche anno sorge un piccolo memoriale in bronzo dell’artista Frank Meisler: cinque figure di bambini con i rispettivi bagagli, appena scesi dal treno e in attesa di qualcuno che li accolga. Dall’espressione composta, pur nell’incertezza di un imminente futuro ignoto, sui loro volti si coglie l’aspettativa curiosa e trepidante dell’infanzia traumatizzata.

Sono i bambini del Kindertransport, il programma di evacuazione nel Regno Unito dei figli di famiglie ebree vittime della Shoah provenienti dal Reich. A uno di loro, giunto a Londra nel 1939 poco prima che la sua famiglia fosse sterminata ad Auschwitz, la Tate Britain dedica dal 9 ottobre al 13 marzo una fondamentale retrospettiva. Frank Auerbach (Berlino, 1931) non aveva nemmeno otto anni quando arrivò da rifugiato nel Paese dove avrebbe imparato l’arte alla quale dedicare ogni stilla del suo essere per il resto della vita. E in una città, Londra, dicui avrebbe ossessivamente documentato su tela le ferite delle bombe tedesche e la loro rimarginazione.

Insieme a David Hockney, da lui così lontano per sensibilità, immaginario e temperamento, è oggi il massimo pittore britannico vivente, dopo la scomparsa degli altri due colossi cui è normalmente associato: Francis Bacon e Lucian Freud. Più complesso di entrambi, l’ultraottantenne Auerbach vanta un pedigree ragguardevole: studiò con il vorticista David Bomberg, a sua volta allievo di Walter Sickert ed erede di un lignaggio artistico risalente a Rubens. Con Freud, l’altro dominatore ebreo tedesco della pittura britannica, il sodalizio più intenso e duraturo, culminato con la donazione di quest’ultimo al Regno Unito, per disposizione testamentaria (in luogo dei 16 milioni di sterline in tasse di successione dovute dopo la morte, nel 2011), della propria collezione straordinaria di dipinti di Auerbach: 45 tra quadri e disegni ora distribuiti nei musei nazionali. Fu R.B. Kitaj a coniare per loro il comodo (e tuttavia un po’ fuorviante) appellativo di School of London: artisti che avrebbero tenuto strenuamente alta la bandiera della pittura modernista in piena bufera pop e concettuale, tenacemente attaccati a una pratica pittorica come ricerca incessante. Se, alla fine della giornata in cui ha ritratto uno dei suoi modelli (sempre gli stessi da anni, tra cui la moglie Julia), non gli garba il lavoro svolto, Auerbach gratta via la vernice per poi ricominciare,nell’instancabile susseguirsi difare e disfare, dipingere e scartare di una tecnica tanto materica da essere talvolta considerata equidistante fra pittura e scultura.

Cresciuto in una povertà dickensiana, gravato da difficoltà economiche fino alla mezza età, Frank Auerbach ha continuato, anche dopo che i suoi quadri avevano raggiunto ragguardevoli cifre, a condurre un ascetico essere-per-la-pittura: la stessa casa studio a Camden Town dove vive e lavora da sessant’anni, ricevuta in lascito da un amico, il pittore Leon Kossoff, nel 1954 e arredata con poco più di due sedie e un tavolo. Pochissimi e striminziti viaggi; il dipingere tutti i giorni per mezzo secolo le impercettibili variazioni urbane di Mornington Crescent e dintorni. Esattamente come quando vendeva i primi quadri su quegli stessi marciapiedi che ritraeva. Ossessivo e maniacale, se insoddisfatto distrugge, come si è accennato, il lavoro di una giornata. Una volta finito un quadro, lascia sempre intercorrere un lungo periodo prima di affidarlo per la vendita al suo dealer, Geoffrey Parton, della Marlborough Art Gallery. Una volta gli impose perfino di riacquistarlo: non funzionava, doveva essere assolutamente ridipinto.

Tanta frugalità scaturisce da una vocazione ai limiti del parossismo ed è pressoché incomprensibile al cinismo compiaciuto della postmodernità. Discende direttamente dall’idea pre-benjaminiana di téchne comeesercizio di ricerca umile e instancabile, un “saper fare” beatamente noncurante della dimensione mediatico-consumistica cui l’arte contemporanea è oggi avvinghiata: quasi un dostojevskiano principe Myskin della pittura, che alla fine di una giornata di lavoro si intrattiene guardando vecchi gialli televisivi. Auerbach non accetta commissioni: ha pochi amici come modelli che lo visitano da sempre alla stessa ora ogni settimana e che non paga mai.

Auerbach incarna una splendida inattualità: quella di chi osa fissare negli occhi antichi maestri al cui sguardo i contemporanei reagiscono inforcando gli occhiali da sole del Pop. È sovente paragonato a Rembrandt, e del tutto fuor di metafora: di recente il Rijksmuseum di Amsterdam gli ha dedicato una mostra in cui le sue tele e quelle del gigante olandese erano messe a confronto. Ma nella grandiosa dedizione alla pittura di questo figlio dell’anima nera dell’Europa risuonano altri due pezzi da novanta del Novecento: Samuel Beckett e Thomas Bernhard. Del primo ha imparato il titanico “fail better” (fallirai meglio); del secondo ricorda un personaggio ricorrente: l’artista che accumula infiniti abbozzi nella febbrile e autistica ricerca di una perfezione inafferrabile. «Ho sempre lavorato a partire dall’insoddisfazione», sostiene.

(Arte, 10/15)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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