Trenta metri quadrati di Ecuador

Quei trenta metri quadrati di Ecuador a Londra restano tutto il suolo libero che a Julian Assange è dato calpestare. Anche ora che ha ottenuto il sostegno ufficiale dell’Onu, il fondatore di Wikileaks resterà nella piccola sede dell’ambasciata del paese latinoamericano dove si è autorecluso da tre anni per sfuggire a un mandato di cattura europeo che dalla Gran Bretagna rischierebbe di condurlo dritto dritto negli Stati Uniti via Svezia.

Vi resta perché, nonostante la commissione Onu sulla detenzione arbitraria denominata Un Working Group on Arbitrary Detention (Unwgad) con sede a Ginevra e alla quale Assange si era appellato, abbia stabilito che la detenzione dell’attivista australiano sia stata del tutto, appunto, arbitraria, questo verdetto non è giuridicamente vincolante.

Le autorità britanniche cercherebbero dunque di arrestarlo lo stesso qualora lui decidesse di uscire dall’ambasciata ecuadoriana, posta non senza ironia a poche centinaia di metri da quella Standa per l’1% che sono i grandi magazzini Harrods, a Knightsbridge, e dove si era rifugiato per chiedere asilo politico all’Ecuador.

Londra è di certo seccata: ha speso 15 milioni di euro per sorvegliare costantemente la sede diplomatica di Quito dove si era rifugiato Assange; e dopo averla sospesa, lo scorso ottobre, ha continuato una vigilanza a scartamento ridotto. Scotland Yard ha confermato che, se cercherà di lasciare l’appartamento, il fondatore di Wikileaks sarà certamente arrestato, mentre una dichiarazione del ministero degli Esteri puntualizza come Assange non sia affatto detenuto, bensì abbia scelto deliberatamente di non lasciare l’ambasciata per sfuggire all’arresto e all’estradizione in Svezia, dove da sei anni intendono interrogarlo su accuse di stupro mossegli da due cittadine svedesi.

Alla vigilia della pubblicazione del rapporto della commissione Onu – è stato inviato a Londra e Stoccolma lo scorso 22 gennaio e sarà pubblicato venerdì – l’attivista aveva annunciato che si sarebbe lasciato arrestare uscendo dalla sede diplomatica entro mezzogiorno se il gruppo di lavoro Onu, al quale si era rivolto nel 2014 denunciando il costo fisiologico del vivere senza luce solare e aria fresca per un periodo così prolungato, si fosse pronunciato contro di lui.

Ma anche che, in caso contrario, si aspettava di vedersi restituire il passaporto e di poter lasciare indisturbato l’ambasciata.

Pur non vincolante, il peso morale della commissione Onu sarà difficile da ignorare: fondata nel 1991, si è pronunciata contro altri casi di violazione di diritti umani di alto profilo in Arabia Sudita, Iran e altri paesi deficitari quanto a diritti umani, tra cui la detenzione dell’attivista politica di Myanmar Aung San Suu Kyi. Che si pronunci contro due democrazie liberali europee come Svezia e Gran Bretagna è di per sé abbastanza eccezionale.

Va aggiunto che sia Londra, sia Stoccolma hanno fornito alla commissione tutta le rispettive documentazioni del caso.

Sul capo del fondatore di Wikileaks, segnato dalla carenza acuta di vitamina D, dall’agosto del 2010 pende un mandato d’arresto da parte della giustizia svedese. Non solo fu spiccato in prossimità della pubblicazione dei ben noti cablogrammi diplomatico-militari americani sulla guerra in Afghanistan, l’apertura di un vaso di Pandora che provocò un putiferio: le autorità svedesi hanno sempre insistito a non volerlo interrogare a Londra bensì a Stoccolma.

Assange, convinto che la Svezia abbia agito su pressione di Washington e che il tutto sia una macchinazione per estradarlo doppiamente, processarlo e fargli fare una fine analoga a quella di Chelsea (già Bradley) Manning, si è ben guardato dall’accettare.

John Pilger, giornalista, attivista, connazionale e amico dell’attivista australiano, ha detto ai microfoni della Bbc e di Itv che, pur non dovendovisi attenere giuridicamente, Londra Stoccolma e Washington dovranno ascoltare attentamente il verdetto di quella che a tutti gli effetti è una corte internazionale di giustizia e porre finalmente fine alla «farsesca» detenzione di Julian Assange.

È tuttavia probabile che la sua permanenza coatta negli asfittici uffici diplomatici ecuadoriani nella capitale britannica in quello che è un perfetto e inquietante limbo diplomatico continuerà ancora, forse a lungo.

(il manifesto, 05/02/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...