Boris (va) Vian

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Johnson in uno dei momenti salienti della sua performance da sindaco

La capitale della Gran Bretagna oggi vota per eleggere il suo nuovo sindaco. I seggi, aperti alle sette ora locale, chiuderanno alle 22. Un appuntamento elettorale che arriva dopo due mandati di seguito targati Boris Johnson, il sindaco pasticcione e simpaticone, compagno di goliardiche bisbocce di David Cameron a Eton e Oxford e capace di far parlare di sé soprattutto per le boutade, le gaffe, un’invidiabile intimità con i candelabri e le fini stoviglie dei ricevimenti in cravatta nera, con il grande business, gli anarcoinvestitori, la privatizzazione e la speculazione endemica.

Tutte cose che hanno finito per emarginare migliaia di persone – non solo disoccupati – colpevoli di percepire salari incapaci di contenere la folle impennata degli affitti londinesi di cui proprio lui, «Boris», è stato zelante facilitatore.

Le elezioni amministrative della capitale uniscono primo turno e ballottaggio. Vale a dire che gli elettori indicheranno la loro prima e seconda preferenza: se nessun candidato riceve più di metà delle preferenze, i primi due perverranno a un secondo round dove gli altri saranno eliminati e le seconde preferenze ripartite tra i due contendenti rimanenti. I candidati sono ben 12, compresi Siân Berry dei verdi, Caroline Pidgeon dei Libdem, Sophie Walker di Women’s Equality e George Galloway del Respect Party. Anche se già si sa che alla fine il confronto sarà fra il candidato uscito dalle primarie dei laburisti, Sadiq Khan, 45 anni, figlio di immigrati pachistani, musulmano – cosa che ha causato infinite, pruriginose considerazioni nei media e tra i suoi avversari politici – e quello conservatore Zac Goldsmith. Gli ultimi sondaggi YouGov danno quest’ultimo al 32%, staccato ben sedici punti dal rivale, al 48%, un vantaggio reso più confortevole dal fatto che 45 sui 73 parlamentari di Londra sono laburisti.

Khan, parlamentare per la circoscrizione di Tooting, a sud di Londra, è di area milibandiana: non sfacciatamente filomercato, ma comodamente a destra di Jeremy Corbyn l’alieno, tanto da aver recentemente detto allo Spectator – vetusto settimanale filo-Tory – che Johnson è stato un «eccellente venditore per la nostra città» e che «sono lieto che ci siano più di 400.000 milionari. È buona cosa».

I laburisti sembra non abbiano altra scelta che quella di appoggiarlo, giacché una sua sconfitta avrebbe una ricaduta disastrosa per Corbyn, al momento in preda alla baraonda causata dalle considerazioni da storico dilettante su Hitler esternate proprio dell’ex-due volte sindaco Ken Livingstone. Per capire il clima da fronda che spira nelle fila dei centristi, impazienti di derubricare il periodo Corbyn a un momento di follia suicida del partito, basterà citare il titolo del Guardian di ieri: «I critici di Corbyn costretti a posticipare il tentativo di golpe».
Khan dunque se la vedrà con il mediagenico, poco più che quarantenne Zac Goldsmith, deputato per la zona residenziale di Richmond Park, ex-etoniano scapestrato. Ma attenti a liquidare Zac come un membro dell’establishment. Oltre all’immancabile blasone sopra al caminetto e ai milioni nel caveau (si stima circa 400) il nostro è un impenitente ecologista, distintosi per una petulante disobbedienza ai dettami del suo partito sulla costruzione della controversa terza pista dell’aeroporto di Heathrow. Uno scomodo, dunque.

Quanto a Johnson: installatosi nel 2008, non si è candidato per un terzo mandato, avendo optato per un seggio parlamentare che dovrebbe avviarlo alla corsa per la leadership del partito. C’è in realtà da augurarsi che lo avvii verso un mai abbastanza auspicabile dimenticatoio: pare che la credibilità bizzarra di cui il partito conservatore ancora gode gli impedirà di succedere a David Cameron come leader (sarebbe un passo in più della Gran Bretagna verso la società dell’avanspettacolo di cui Berlusconi è stato sagace precursore).

Tanto i guasti, ormai, sono fatti: 8 anni di Johnson e Londra si ritrova a essere un posto sempre più esclusivo e meno ospitale, dalle abissali sperequazioni sociali, dove una corsa di due/tre fermate in metropolitana costa cinque euro e una stanza in un appartamento una media di 1.900 al mese. Proprio su questo Khan ha basato la sua campagna elettorale. Tra i punti del suo programma spiccano un salario minimo per la capitale, un calmiere degli affitti e soprattutto la costruzione di alloggi, di cui c’è carenza cronica.

(il manifesto, 05-05-16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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