Mai dire May

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«Meet the new boss, same as the old boss», cantavano gli Who. Ieri David Cameron e Theresa May si sono dati il cambio a 10 Downing Street, nella solita trafila ritual-protocollare così egregiamente sopravvissuta alla società di massa, ma stavolta condotta a tamburo battente, vista l’emergenza. May ha ricevuto l’incarico poco prima delle 19 di ieri, ora italiana, in una breve udienza di mezz’ora con Elisabetta II.

In serata sono arrivate le prime nomine: l’ex sindaco di Londra Boris Johnson è il nuovo ministro degli esteri, mentre Philip Hammond è il nuovo ministro del tesoro. Nella breve orazione davanti a Downing Street May ha annunciato una politica nel segno di un conservatorismo caritatevole e paternalista, con un’insolita enfasi sulla giustizia sociale – un vero discorso da «Red Tory» – e ha insistito sull’unione del paese.

Subito dopo si è messa al lavoro per presentare il suo governo, che conterà molte colleghe oltre al fido Chris Grayling, leader della House of Commons e ultrà filo-Brexit. Poche ore prima, Cameron aveva per l’ultima volta affrontato l’appuntamento del mercoledì di Prime Minister’s Questions, in una sessione dove né le abbondanti battute di circostanza (molte dirette all’indistruttibile Corbyn), né i motteggi ironici e tantomeno la standing ovation tributatagli alla fine dai banchi della maggioranza e di una minima parte dell’opposizione riuscivano a compensare l’amarezza di una carriera politica bruscamente e meritatamente troncata. «Un tempo ero il futuro».

Così ha ironizzato nell’ultimo discorso dei suoi sei anni di premierato, rivolgendo verso di sé la battuta indirizzata anni prima contro Tony Blair al suo esordio come leader dell’opposizione. Ma la banalità della chiusa («niente è impossibile se vi ci dedicherete») sembrava uscita dall’ufficio marketing di un brand sportivo (o da uno speechwriter di Renzi, che è lo stesso).

Così, dopo l’ultimo viaggetto in Jaguar a dare le dimissioni a Palazzo, lui e la famiglia se ne tornano nel soave e fronzuto Oxfordshire di residenza, a ponderare sul lascito di questi sei anni: un paese spaccato in due, rotolato fuori dall’Europa senza uno straccio di piano B, nessuno degli obiettivi del manifesto con cui si era fatto eleggere raggiunto (pareggio di bilancio, abbassamento del flusso migratorio) lo stato sociale che boccheggia, privatizzazioni di scuola e sanità sempre più al galoppo, gap fra ricchi e poveri incontaminato, razzismo e intolleranza a livello di guardia, occupazione che tiene grazie al lavoro indipendente e a contratti a zero ore, il suo partito fratturato nonostante il freno di emergenza posto alla faide interne con l’unzione della stessa May.

Senza contare la panzana della «Big Society», i viaggi nell’Artico liquefacentesi ad uso esclusivo delle telecamere tanto per dare ai Tories quella patina eco-liberal necessaria a riportarli al potere dopo 13 anni.

Sotto la stessa voce va rubricato l’unico concreto passo avanti di cui si possa parlare, i matrimoni gay. C’è chi lo considera il premier più disastroso che il paese abbia avuto dai tempi di Eden e chi ha tirato addirittura in ballo Chamberlain. Non sarà forse degno di tanto solenne ludibrio Cameron, ma oltre ad aver legato per sempre il proprio nome al fiasco del referendum, sarà forse ricordato come il primo vero discepolo del blairismo nell’averne saputo mutuare – mai con la stessa diabolica maestria – l’uso dei media. Quanto al nuovo boss, la mole di guai che May si trova ora ad affrontare ha piegato la spietata ambizione di manovratori come Boris Johnson e Michael Gove.

Theresa, che eredita la casa, la Jaguar, le armi nucleari, il gatto e il caos di «Dave», è il Mr Wolf dei Tories: deve far sparire quanto prima le tracce dei loro delitti ed è l’unica che sperano possa riuscirci.

Nessuno davvero la invidia: tutti gli obiettivi non raggiunti del predecessore – deficit, immigrazione, l’articolo 50 che innesca il Brexit, partito e paese spaccati – le rovineranno addosso come una slavina. Ha escluso elezioni anticipate, eppure in pochi giurerebbero di vederla ancora lì nel 2020.

(il manifesto 14/07/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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