Finché odio non ci separi

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Il giorno dopo aver subito un tragico assaggio di quello che Kabul, Baghdad e troppe altre città vivono più o meno settimanalmente da anni, Londra ha ripreso il suo consueto ronzio: i suoi abitanti tirano dritto attraverso la giornata lavorativa, anche se il colpo è stato duro, sia in termini simbolici sia in tributo di sangue.

Alle nove e trentatre in punto, in omaggio al suo numero di matricola, 933, la città si è raccolta silenziosa per un minuto in memoria di Keith Palmer, il poliziotto 48enne che – disarmato – aveva cercato di fermare l’aggressore. Di cui ieri nel primo pomeriggio la polizia ha finalmente rivelato il nome: si chiamava Khalid Masood, aveva 52 anni ed era nato in Kent, era noto alla polizia per delinquenza comune e violento estremismo, ma non per vero e proprio terrorismo.

NON C’ERA ALCUN SEGNALE in possesso dei servizi che potesse prefigurarne le intenzioni. Durante la notte sono stati compiuti otto arresti in svariati raid tra Birmingham, dove Masood viveva e aveva noleggiato il Suv, e Londra. Anche se Isis è stato lesto a rivendicarne l’attacco, dichiarando l’aggressore «un soldato dello stato islamico», almeno finora non vi è nulla a smentire che abbia agito da solo.

Ad aver perso la vita sono state in tutto quattro persone compreso l’attentatore, una di meno rispetto a quanto annunciato fino a ieri. Tra loro, Aysha Frade, un’insegnante spagnola di 43 anni che lavorava nella capitale e Kurt Cochran, un turista di nazionalità americana. Tra le dozzine di feriti un tedesco, un polacco, un cinese, quattro sudcoreani, tre studenti francesi, una coppia di turisti romeni, una di greci, un irlandese e una turista di Roma, ricoverata in ospedale dopo un intervento a una gamba.

BANDIERE mezze ammainate a Westminster, dove le sedute sono proseguite, mentre a Edinburgo, in segno di solidarietà, anche il parlamento scozzese, che doveva ieri votare sulla convocazione di un secondo referendum indipendentista, ha interrotto i lavori. Le strade attorno al parlamento sono più sgombre e meno rumorose, grava un’atmosfera pesante. Ma alle due e mezza in punto ora italiana, nemmeno 24 ore dopo l’attacco, Westminster Bridge è stato riaperto, come anche la stazione della metro di Westminster, sita proprio sotto Portcullis House, l’edificio moderno dall’altra parte della strada che fa parte del complesso parlamentare.

Già mercoledì sera, una premier dal volto e dall’eloquio ancor più tesi del solito aveva annunciato che la soglia del rischio terrorismo, fissata come «assai probabile» da ormai tre anni, tale sarebbe rimasta.

L’AGGRESSORE, che dopo aver falciato una quarantina di pedoni lungo Westminster bridge è riuscito a introdursi nel cortile della Camera dei Comuni – dove avrebbe tranquillamente potuto avventarsi su un deputato anziché su Palmer -, è stato colpito dalla guardia del corpo del ministro della difesa Michael Fallon e non da una guardia scelta di stanza nel cortile. Questo provoca interrogativi sul livello effettivo di sicurezza del perimetro degli edifici parlamentari.

Mercoledì era il giorno di Prime Minister Questions, l’appuntamento clou dei lavori parlamentari settimanali e gli edifici brulicavano di deputati funzionari e giornalisti. Altrettanti ne ha provocati l’ammissione della premier che l’assalitore fosse noto alla polizia. Dopo aver salutato l’eroismo dell’agente caduto, May ha promesso un incremento delle risorse per la sicurezza, e un maggiore dispiego di personale di polizia, la stessa che si era ferocemente inimicata quando, da ministro dell’interno, le aveva decurtato i fondi. Come sempre in simili, tragiche occasioni, la retorica, sfoggio in cui la premier è particolarmente ferrata, diventa fluviale.

NEGLI INTERVENTI della premier e dei deputati conservatori, raffiche di «La più grande città del mondo», «Cuore della democrazia», il collaudatissimo «Our way of life» e similari si abbattono implacabili sull’aula. Jeremy Corbyn riesce ad evitare picchi altrettanto fastidiosi, limitandosi a confermare più dignitosamente l’ovvio: è stata un’atrocità raccapricciante ha detto il segretario laburista, dobbiamo aspettare l’esito delle indagini, restare uniti, non permettere che l’odio ci separi.

(il manifesto, 23/03/17)

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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