Manchester e la convivenza col terrore

Il professor Roger Griffin insegna storia moderna presso la Brookes University di Oxford ed è ampiamente riconosciuto come uno dei massimi esperti delle dinamiche socioculturali del fascismo. Ultimamente ha deviato lo sguardo della sua ricerca su varie forme di fanatismo religioso e sul terrorismo contemporaneo e il loro impatto sulla modernità.

GRIFFIN

Professore che impatto potrà avere un attacco così traumatico?

Era un disastro che aspettava di accadere. A voler azzardare un paragone con la seconda guerra mondiale si tratta forse della fine della drôle de guerre tra Francia e Germania, quando i francesi sapevano che un attacco sarebbe arrivato, ma non esattamente quando. Temo questa fase sia finita, questa non sembra l’azione di un folle isolato ma qualcosa di più organizzato. Potrebbe essere l’inizio di una lunga stagione di terrore come con l’Ira, dove l’azione di una serie di cellule coordinate e organizzate era diventata regolare. Insomma, potrebbe essere l’inizio di una situazione di costante allerta come in Francia e Germania. È un attacco atroce, che profana la giovinezza e lascerà un segno proprio per questo.

Come pensa saprà reagire la società britannica?

Ci vuole un maggiore coinvolgimento delle famiglie musulmane nella prevenzione e la lotta alla radicalizzazione e nella società civile. La stragrande maggioranza delle famiglie musulmane sarà di certo del tutto inorridita. Ma credo ci voglia anche un approccio più robusto da parte della polizia perché simili atti siano stroncati sul nascere. Soprattutto, bisogna coinvolgere meglio le famiglie che vivono l’esperienza di figli che vanno in Siria a combattere. Arrestarli al rientro come terroristi non è un approccio sociologicamente corretto né propriamente mirato. Bisogna guardare alla conversione, e anche quella da musulmano a islamista è da considerarsi una vera e propria conversione. Ma su questo ne sapremo di più quando conosceremo la storia dell’attentatore. Certo è che il problema della radicalizzazione nelle scuole è reale e va affrontato diversamente. Credo che si sia finora peccato di leggerezza, anche nel nome di un politicamente corretto che è solo dannoso.

Che impatto potrà avere una vicenda come la Brexit sul coordinamento della lotta al terrorismo?

Le ripercussioni della Brexit possono essere cruciali per l’antiterrorismo, che è una questione di massima importanza transnazionale e riguarda l’umanità. È un po’ come il global warming, nessuno è esentato dai suoi effetti. Non ci dimentichiamo che Brexit è un litigio che avviene in un angolo di mondo ricco, quando invece bisognerebbe assolutamente tener conto dell’impatto di sfide che sono del tutto globali. Non c’è un dentro o un fuori siamo tutti coinvolti, come anche nella questione degli aiuti umanitari. Insomma, la lotta al terrorismo non può soffrire la limitatezza di una visione nazionale. L’atteggiamento del governo britannico mi preoccupa: quando sento Theresa May fare la voce grossa con Bruxelles già prima che inizino i negoziati veri e propri, beh non è assolutamente l’atteggiamento giusto. Ma del resto, né Tony Blair né David Cameron avevano capito fino in fondo le implicazioni anche psicologiche del rapporto con l’Europa, facendosi viziare lo sguardo da una certa arroganza.

Che tipo di ripercussioni potrebbe avere questo attentato su una temibile deriva fascista? Il paese ha dalla sua una tradizionale tenuta liberale in questo senso…

Non credo ci saranno ripercussioni favorevoli all’avanzata del radicalismo fascista. Gruppi come il Bnp o Britain First non hanno per fortuna sufficiente penetrazione e visibilità. E l’Ukip che, bisogna dirlo, non ha mai demonizzato i musulmani, è stato assorbito dai tories, come dimostrato dalle recenti elezioni amministrative. Penso dunque che in questo senso il tessuto sociale tenga. Quando ho sentito le notizie dell’attentato, sono rimasto favorevolmente colpito dalla mitezza delle reazioni: non so se fossero state selezionate in precedenza, spero di no.

Cosa pensa dell’ingerenza esercitata dall’occidente liberale nei confronti dei paesi arabi negli ultimi due secoli?

Non c’è alcun dubbio che l’occidente abbia tenuto un atteggiamento neocolonialista arrogante, e ha saccheggiato molti di questi paesi ai fini del proprio approvvigionamento di risorse. Per esempio mi preoccupa la doppiezza di Trump, che va in Arabia Saudita e subito dopo in Israele. L’intervento in Libia di Cameron è stato uno dei momenti più tragici della politica estera nazionale e se uno pensa alla tracotanza di uno (epiteto pesante) come Blair e all’Iraq… Quello che ci vorrebbe è un summit di leader mondiali nel segno di un umanismo liberale, dove si mangia, beve, balla e ci si ubriaca assieme.

(il manifesto, 24/05/17)

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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