Tariq Vs. Sadiq

Corbyn-and-Tariq-Ali

Il termine inglese firebrand (agitatore) sembra essere stato coniato per Tariq Ali. Classe 1943, da studente sosteneva contraddittori con Henry Kissinger, ispirava canzoni ormai classiche agli Stones e John Lennon, diventava confidente di Malcolm X, e potremmo continuare.

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Il canto definitivo del Duca

In mezzo alle mille esegesi sul testo di Blackstar, una cosa diventa chiara come un sole nero: Bowie stava congedandosi da questo primo spicchio di terzo millennio e ci stava lasciando il suo canto del cigno, anzi del duca. Forse ora sta nella stessa casa di riposo iperspaziale dove già alberga Lennon, col quale interpretò Fame, e dove senza dubbio andrà anche Dylan. E magari da lì guarda sgomento il mondo che ha contribuito a confondere. La sua dipartita coincide infatti con un momento di sfarinamento dell’occidente, in cui la rinuncia della postmodernità a voler prendere posizione sul mondo gli si ritorce contro con terribilità biblica. Tanto che inizialmente i riferimenti che si volevano trovare in Blackstar erano all’Isis e ai suoi massacri premoderni.

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La mia generazione era fantastica, ma si è trasformata in una montagna di merda

John_Sinclair_photo_2-thumb-250x374-74167«Ho sviluppato il mio attivismo scoprendo Max Roach e Charles Mingus. Quando mi resi conto che tutta la musica che ascoltavo da piccolo era suonata da neri, cominciai a chiedermi: “Come mai sono sempre loro a produrre buona musica, mentre tutto il resto è così blando e scadente?”». Sarà anche logora – perennemente affibbiata a fotomodelle, scarpe da ginnastica, calciatori e macchinette per il caffè – ma è definizione che gli si attaglia perfettamente: John Sinclair è un’icona.

 

 

 

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Time to move on? Sarebbe pure ora

Su questo noioso e un po’ meschino galleggiare in un brodo culturale continuamente riscaldato da anniversari, beatificazioni ed eterni ritorni, segnalo questo bel pezzo di Jarvis Cocker.

Pezzo in cui recensisce l’epistolario di Lennon, da cui si evince che l’epistolario di Lennon potrebbe forse anche essere tranquillamente depennato dalla lista dei libri da portare su un’isola deserta.

Mi chiedo quanto gli sia costato scriverlo, vista la personale condizione di epigono di una band di cui lui stesso lamenta l’ostinata permanenza nel discorso contemporaneo. Permanenza alla quale, in buona sostanza, la dimenticabile discografia dei Pulp non ha fatto che contribuire.