Quattordici anni senza i Dead Can Dance

La prima volta che ascoltai l’attacco di “The Host of Seraphim”, brano di apertura di The Serpent’s Egg (1988) rimasi di sale. Il post-punk aveva spesso giocato con la serietà, ma da saccenti studenti d’arte. Qui ci si trovava di fronte a due sacerdoti ortodossi la cui musica grondava di aldilà, di filosofia, metempsicosi, karma, ecc., una reazione postmoderna al pop come genere di consumo che aveva avuto nel folk-rock il suo equivalente vent’anni prima. E’ancora oggi un disco che porterei con me tra i dieci nella famosa isola deserta. Ogni volta che ascolto “Severance”, rivivo l’elettrizzante scoperta di qualcosa di occulto e imprescindibile. Non mi capita più spesso. Anzi, non mi capita mai. Quello che segue è una cosa che ho scritto sul ritorno dei Dead Can Dance con questo Anastasis sull’Espresso.

Intitolare un album “Resurrezione” è già abbastanza impegnativo. Usare l’originale greco Anastasis rischia di suonare un po’ altezzoso, soprattutto se infarcito di brani come “Agape”, “Anabasis”, che fa pensare al Senofonte del liceo classico, o “Amnesia”. Certo, quando si tratta dei Dead Can Dance, uno dei più progetti musicali creativamente più interessanti degli ultimi venticinque anni, dire semplicemente “ritorno” non rende la solennità dell’evento. Eppure Anastasis è soprattutto questo: il grande ritorno di questo  inclassificabile duo dopo quattordici anni di silenzio discografico (a parte una tournée, nel 2005).

Una rinascita molto attesa quella dei Dead Can Dance, che suoneranno dal vivo a Milano il prossimo ottobre.  L’album, in uscita il 13 agosto, è un’operazione per nulla nostalgica: otto brani maestosi, sinfonici ma irrequieti, infusi di un sapore ellenistico ancor prima che greco, impregnati di musica del mediterraneo orientale, dalla Grecia alla Turchia fino al Nord Africa. «Amo le influenze che arrivano dall’essere un crocevia fra l’Est e l’Ovest, il mosaico caleidoscopico di queste culture fuse», dice Brendan Perry, la parte Yang del perfetto Tao vocale di cui Lisa Gerrard rappresenta lo Yin. La voce di lui, intensa e classica, si rifà alla grande tradizione melodica dei Sinatra e dei Bennett; quella di lei, che canta in una glossolalia impenetrabile (come Liz Fraser, altrettanto leggendaria cantante dei Cocteau Twins, a sua volta prossima al rientro sulle scene) è un contralto/mezzo soprano del tutto istintivo, magnetico e struggente. Il connubio, che nel peggiore dei casi è fortemente evocativo, quando coglie nel segno farebbe commuovere il pilone di un viadotto.

Dopo Spiritchaser, del 1998, di Perry si erano perse le tracce, a parte due dischi solisti, uno bello, l’altro meno. La voce di Gerrard la conoscete perfettamente invece, magari senza sapere chi è. Dopo la separazione dal partner artistico e affettivo, la cantante australiana ha iniziato una fortunata carriera come solista e autrice di colonne sonore, con picchi commerciali di tutto rilievo come il Golden Globe per la colonna sonora del Gladiatore di Ridley Scott. Un suo pezzo, “Sanvean” scritto per i DCD a metà anni Novanta, è stato usato ovunque, da spot pubblicitari a documentari sulla guerra, conoscendo il noto iter dell’arte troppo riprodotta: è diventato un piacevole strazio. Anastasis invece dimostra che la partnership creativa dei due è molto di più della somma delle sue parti: il languore di Perry – che si interroga sui massimi sistemi – e il mistero di Gerrard  – che evoca spiriti di un misticheggiante sottosuolo tribale – ritrovano in questo album una freschezza insperata.

Ma attenzione a liquidare i DCD come un gruppo new age, o peggio, world music: sono molto di più. Sempre fraintesi – all’inizio furono perfino considerati Goth. l’equivalente del nostro “Dark” -, il loro è piuttosto un caso unico e affascinante di poesia musicale globalizzata: non a caso sono due cosmopoliti australiani, irlandesi di origine, che si incontrano agli inizi degli anni Ottanta in un ristorante indiano di Melbourne dove lavorava lei. Decidono di emigrare nel solito melting pot culturale londinese. Dal 1984 al 1998 pubblicano una serie di titoli per la leggendaria etichetta indipendente 4AD: tre di questi album, Spleen and Ideal (1985), Within the Realm of a Dying Sun (1987) e The Serpent’s Egg (1988), riescono ad avvicinare il pop all’assoluto attraverso un’impressionante fusione di folk medioevale e rinascimentale europeo, musica mediorientale, celtica, elettronica e l’uso di strumenti acustici ed etnici come lo yang qin (sorta di dulcimer cinese) o lo hurdy-gurdy (antico strumento a corde europeo). Ora lui vive nella terra avita, l’Irlanda, dove è stato registrato Anastasis; lei, nel Sud dell’Australia. Secondo Perry «Più a Ovest vai più la società diventa mono-culturale»: e poco importa che non si renda conto di essere lui stesso un sublime strumento di questo stesso processo.

(qui il pezzo in edicola).

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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