Dead Can Dance, mistero migrante.

I Dead Can Dance si sono conosciuti a diciassette anni, di notte, all’altro capo del mondo. È anche per questo che la loro musica migliore contiene uno stupefacente impulso chiaroscurale: buio e luce intrecciati in una ghirlanda. Ascoltandola, non si capisce se si è sull’orlo di un abisso o su un’altissima cima: non esattamente la colonna sonora adatta ad una fila alle Poste. O forse indispensabile.

Ho parlato con Brendan Perry qualche tempo fa per Rockerilla (numero di ottobre). Questo è quanto mi ha detto.

Quattordici anni senza i Dead Can Dance

La prima volta che ascoltai l’attacco di “The Host of Seraphim”, brano di apertura di The Serpent’s Egg (1988) rimasi di sale. Il post-punk aveva spesso giocato con la serietà, ma da saccenti studenti d’arte. Qui ci si trovava di fronte a due sacerdoti ortodossi la cui musica grondava di aldilà, di filosofia, metempsicosi, karma, ecc., una reazione postmoderna al pop come genere di consumo che aveva avuto nel folk-rock il suo equivalente vent’anni prima. Continua a leggere “Quattordici anni senza i Dead Can Dance”