Daje Jeremy

Con l’«inspiegabile» ele­zione di Jeremy Cor­byn a lea­der del par­tito labu­ri­sta si com­pie una spe­cie di ome­rico nostos (ritorno), quasi un riav­vol­gi­mento veloce di una pel­li­cola scritta e inter­pre­tata dalla gene­ra­zione poli­tica pre­ce­dente (che poi, ana­gra­fi­ca­mente, è la sua): il film degli anni Novanta, del Labour tre volte vin­ci­tore, dei brin­disi e pac­che sulle spalle coi ban­chieri bar­ra­cuda, delle pseudo-diatribe fra Blur e Oasis, nell’arte elet­triz­zante e ombe­li­co­cen­trica di Damien Hirst e Tracey Emin, dell’aromaterapia come sosti­tuto dell’analisi poli­tica, della cre­scente mar­gi­na­liz­za­zione del sin­da­cato e la dis­so­lu­zione del diritto del (e al) lavoro.

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Tracey Emin tra solitude e loneliness

1413502876389_wps_13_London_UK_6_October_2014_-1L’immensità immacolata della White Cube Bermondsey t’inghiotte. La galleria di South East London ha le dimensioni di un museo: ci vuole fegato per riempirla con lavori di superfici limitate. Ma Tracey Emin è tutto fuorché pavida. Il minimo che ci si possa aspettare da un’artista che intitolò la sua prima mostra “La mia retrospettiva più importante”. Continua a leggere “Tracey Emin tra solitude e loneliness”