And there you stand, making my life possible

Le canzoni d’amore sono noiose. L’amore è una cosa troppo importante per essere banalizzato, regolarmente, instancabilmente da mille canzonette o filmetti di quarta. Ma l’”amore” tira, da sempre. Nel suo nome, come nel nome della libertà, si perpetrano nefandezze culturali di imperdonabile gravità. Non c’è niente che vende, accarezza e rincoglionisce come l’”amore”. Così diverso dall’amore.

Le canzoni d’amore che meritano davvero questo titolo sono poche. Non è mia intenzione enumerarne una lista, vista la detestabilità delle liste. Ma questa ve la voglio proporre perché secondo me è un autentico capolavoro, la cosa più bella della discografia intera di David Sylvian.  Un brano imperfetto (la parte strumentale è una ticchia lunga, nonostante la magia ultramondana della tromba di Jon Hassell), che apre in maniera folgorante grazie a un testo che leva il fiato. Ogni volta che capita nel lettore, non posso continuare a fare quello che faccio. Mi devo fermare. Torno innocente di fronte alla bellezza.

Nella saturazione musicale delle nostre giornate siamo diventati come medici di fronte alla morte: il bello non ci commuove quasi più, diventa un sottofondo. Provate a chiedervi quanta musica è capace di distogliervi da quello che state facendo in questo momento, anziché accompagnarlo.

È amore vero quello espresso da Sylvian, non innamoramento (volendo noleggiare l’immagine da un immortale autore italiano che lasceremo anonimo), l’amore che non è possibile non vedere davanti a sé quando finalmente si crede ai propri occhi.

L’amore che nonostante tutto, quello che lead our life back to the soil.

When you come to me
I’ll question myself again
Is this grip on life still my own

When every step I take
Leads me so far away
Every thought should bring me closer home

And there you stand
Making my life possible
Raise my hands up to heaven
But only you could know

My whole world stands in front of me
By the look in your eyes
By the look in your eyes
My whole life stretches in front of me
Reaching up like a flower
Leading my life back to the soil

Every plan I’ve made’s
Lost in the scheme of things
Within each lesson lies the price to learn

A reason to believe
Divorces itself from me
Every hope I hold lies in my arms

And there you stand
Making my life possible
Raise my hands up to heaven
But only you could know

My whole world stands in front of me
By the look in your eyes
By the look in your eyes
My whole life stretches in front of me
Reaching up like a flower
Leading my life back to the soil

(1984)

Non solo grande musica: grande poesia, con la quale l’esile Sylvian, splendida versione umana di uno whippet, dimostrava chiaramente di volersi scrollare di dosso il “dandismo frivolo” dei Japan. E, manco a dirlo, ci riusciva brilliantemente.

Questa è la canzone da dedicare alla persona della vostra vita. Ma, se non avete ancora capito chi è, aspettate a fargliela ascoltare.

Morte di una cantante

Amy Winehouse se n’è andata, lasciandoci con un doloroso strascico – più che di interrogativi – di tristi consapevolezze. Il suo è stato un suicidio in diretta cominciato anni fa e documentato su ogni supporto mediatico giornalistico possibile: fotografico, televisivo, di social network ecc. Il fatto che ieri abbia trovato finalmente compimento lascia in bocca l’imbarazzante amarezza del cinismo. Non intendo discutere della sua morte da un punto di vista umano: non conoscevo la ragazza, e le prefiche virtuali le lascio a chi crede di averla conosciuta e di essere davvero triste per la sua scomparsa. Non voglio nemmeno discutere le forme di lutto “al telefono” create dalla società dello spettacolo, che innescano strampalati processi di identificazione in una figura inesistente, gonfiata con l’elio della fama: l’orrore inimmaginabile della Norvegia impone una sorta di inevitabile, puritana prioritarizzazione (sì, è una parola inventata) nell’ordine delle cose su cui interrogarsi.

Quel che è certo è che con questa triste scomparsa la cultura pop del XXI secolo non fa che adeguarsi a quella del XX, ora che abbiamo altro materiale da gettare nel calderone del “club dei 27” e altre menate mitopoietiche. La sola, ma fondamentale, differenza è la mancanza del mito: il suicidio di Amy Winehouse è stato radiografato fin dagli inizi e porta su di sè il marchio di un’inevitabilità inesorabile. Le cronache traboccano di estenuanti rendiconti delle suo processo autodistruttivo. In altre parole, un’inevitabilità che non lascia spazio a variazioni per violino sull’ormai logoro, e fastidiosamente retorico, tema dell’artista maledetto. “Il talento è stato lo zolfo che l’ha fatta bruciare immediatamente, come un sottile fiammifero”, mi verrebbe da scrivere. La realtà è che non sappiamo cosa l’abbia spinta davvero a voler morire, non lo sanno nemmeno le persone a lei più vicine, non lo sanno nemmeno il padre e la madre. La ricordo con questa cosa che ho scritto qualche anno fa nel mio blog di allora.

Amyshambles

La musica di Amy Winehouse potrà anche essere “appalling” come ha scritto qualche critico, probabilmente sedicenne, su Pitchfork tempo fa. Non posso lasciarmi trasportare dal furore iconoclasta della gioventù, anche se davvero non mi vedo a mettere la sua roba retrò nel lettore dopo una giornataccia, nonostante viva circondato da tecnologia che a stento supera il 1985. Per me lei è come un ottimo copista di Caravaggio. Che me ne frega del copista quando posso andare a S. Luigi dei Francesi? Ma non è della rilevanza, peraltro indiscutibile, di quest’artista che voglio parlare, quanto della sua incalcolabile vulnerabilità. Lo faccio dopo aver letto le reazioni della stampa britannica al concerto a Birmingham col quale ha inaugurato il suo tour in UK. Un concerto disastroso secondo alcuni, potente e autentico secondo altri, dove l’artista ciondolava instabile sul palco trangugiando secchiate di alcol mentre apriva il suo cuore alla disperazione per la sorte del marito.

Come alcuni di voi sapranno, il marito della ragazza è in galera per aver cercato di corrompere un teste dell’accusa in un processo per aggressione che lo vede imputato. Che costui sia un cialtrone, come tutti si affannano a sottolineare, è un fatto di per sé irrilevante. L’amore è cieco e tutte quelle cose lì. Amy, personaggio autentico in modo disarmante, anche nel talento, è una giovane donna incapace di mentire e tantomeno di simulare: il suo meltdown, il suo crollo psicofisico è un fenomeno che avviene in diretta, senza filtri mediatici, o le coperture di PR tipiche degli entourage di una star del suo calibro. Anche il suo matrimonio è avvenuto all’insegna dell’autenticità: a Miami, davanti a quattro persone. Dopo, un cheesburger e una chiusa in albergo, come due adolescenti in fuga.

Winehouse è una donna insicura di tutto, tranne che del suo talento. Non è bella, in primis. E in un mondo come il suo, dove il packaging conta spesso più del contenuto, essere la migliore songstress della sua generazione davvero non le basta. La sua commovente dipendenza nei confronti del marito, e quella non altrettanto commovente nei confronti delle sostanze, evocano il ricordo di altre grandi stelle tristi, non convenzionalmente attraenti e per questo autodistruttive: Edith Piaf, o Anna Magnani, per non parlare delle grandi signore del jazz: Ella, Nina, Billie. Donne a cui era negato il plauso universale e istintivo che concediamo prontamente quando i nostri occhi illuminati si posano sulla loro bellezza, e che devono fare costantemente i conti con una visibilità ottenuta solo col talento che, crudelmente, amplifica a dismisura la loro inadeguatezza estetica, o meglio, la loro soggettiva percezione di questa. Donne spesso attanagliate da dolore e tossicopendenza.

I giornali britannici si dividono su Winehouse. Il problema è che sta nel mondo sbagliato. È una jazzista che ha fatto crossover nel mondo del pop, dove le regole sono precise: essere belle, finte, in playback. Lei non è bella, è reale e sa cantare. È arrivata direttamente ai tabloid senza passare per i fumosi jazz club. E questi, col loro populismo forcaiolo, ora ne condannano il pessimo influsso sulla gioventù (un panico moralista che accompagna da sempre il conservatorismo culturale). I quality papers la difendono, terrorizzati dall’essere tacciati piccolo borghesi. Per loro, Winehouse è un altro agnello sacrificato sull’altare della celebrità. In mezzo sta l’essere umano Winehouse, inafferrabile eppure disarmante nel suo bisogno di aiuto. Un aiuto che la società dello spettacolo non è capace di, né tenuta a, dare.

(15/11/07)

Music to procreate by

No, this is not a post about Barry White, his status in contemporary pop music being far from debatable. It is about the solo record of a friend, and as often with friends involved, you may excuse the cheeky bias in its favour. But is a great relief, while rereading it over and over, not to feel the need to raise an eyebrow: I can stand by it anytime, so much I enjoy it. It is not a review, despite the format and the tone might suggest the opposite; rather a bunch of reflections jotted down with the record looping.

Whereas, long ago, a good artist had to provide certainties, today he can get away with being “only” a good questioner: the crushing duty of coming up with the (always provisional) answers rests on the scientist’s shoulders. Well, in Paternity, Chris Cordoba’s first solo album, Jack Adaptor’s guitarist does exactly that: he fearlessly asks big questions. He achieves that without uttering a single word, by letting his guitar – augmented only by a succinct palette of sounds and effects – carrying out the job. The result is a very nocturnal record, full of all the shades that inhabit the night: from pitch dark to the sparse, dim brightness of dawn, from the emptiness of silence to the liquid feeling of distant echoes.

The guitar is the sole protagonist here, intended as a searching tool rather than phallic vehicle of virtuoso autism. The latter trait makes of Cordoba a 360 degrees musician rather than a guitarist’s guitarist. Neither does the much-abused term “ambient” any justice to this collection: these tracks contain the attentive listening of a multiplicity of directions by a sensitive ear. Then of course there is the biographical element of becoming a father. Cordoba has pushed that to the forefront, but fatherhood is only a unifying element, not the cause and effect of this music. These are, in my humble opinion, life itself, whose complexity and burden we are, here in the West, getting used to embrace at an increasingly later stage. It is a record about the intensity of being alive and of eventually acting as a channel to life, but stripped bare of the self-indulgence and navel-gazing that often come with such experience.

The numbers here go from the mere contemplative (a tranquillity that brings to mind the late, almost mystical soundscaping by Robert Fripp) to more actively engaging the listener, up to being blatantly impervious: here and there, some brilliant reminiscences of Bill Nelson may be heard. But instead of proceeding with the annoying guesswork of which and of whom the influences on this record are, we should focus on its straightforwardness and urgency, both conveyed by a “no-frills” recording approach: the ideas here were strong enough to sustain the risks of an impetuous release, deliberately dodging the traps of overproduction. This sense of confidence stays with you throughout the listening and turns a seemingly “difficult” experience into an effortless, rewarding one.

All in all, a defiantly beautiful set about the business of being alive.

Ameri-Ameri-Ameri-Ameri-American

Nessun rant contro la politica estera degli Stati Uniti, solo uno dei miei pezzi preferiti di una delle mie band preferite dei vituperati Ottanta al meglio assoluto della forma, in una breathtaking versione rimasterizzata. How good were they? Sul palco, Kerr era un vero poeta maledetto.

Live is Life

Ancora sotto la botta dei Laibach, ieri. Naturalmente, la questione rimane una, imprescindibile: se il loro metodo, lungi dall’essere preso sul serio,  viene applicato ai tre quarti della cultura popolare contemporanea, il rischio è che essa mostri un nemmeno troppo nascosto volto fascista, il suo vero volto, quello che siamo stati programmati a non vedere. La loro disinvoltura nel manipolare il totalitarismo e giocare con la nostra fin troppo morbida acquiescenza a subirne il fascino è sfacciata e terribile.

Mi sono piaciuti ieri sera, lo ammetto con una certa riluttanza. La loro è pura pornografia musicale e iconografica (le uniformi, i simboli pseudo celtico runici) che ti aggancia col suo misto di disgusto e bieco appagamento di bassi sensi. Ma i Laibach non li puoi liquidare con un netto, anche se apparentemente, salvifico, rifiuto: come ho sempre fatto io trincerandomi dietro un “no” ideologico. Il loro è un discorso più raffinato dell’apparente, brutale idolatria della forza e della milizia. È terribile vedere come giocano con l’estetica pop dimostrandone la funzione uguale e contraria a quelle totalitarie del passato e del presente. Le loro cover di pezzi eurotrash rifatte in chiave wagneriana sono irresistibilmente comici, ma anche sinistramente esaltanti: la forma di straniamento musicale più potente che abbia mai sentito. Il loro decostruire e ricostruire assai più raffinato di quanto sembri:

Ma il trattamento non risparmia nemmeno i classiconi della tradizione, anche se il risultato è meno irresistibile:

Mi sono chiesto immediatamente cosa ne potesse pensare uno come Slavoj Žižek: non ci ho messo molto a trovare questo clip di un quindicennio fa, in cui il filosofo sloveno (come loro) applica il tipico capovolgimento dialettico-paradossale, che è il nerbo del suo metodo, all’estetica della band di Lubljana, pardon, Laibach:

In pratica la questione è: siamo davvero convinti che la sedicente non-ideologia del mercato, che avrebbe, ci vogliono convincere, sconfitto definitivamente le ideologie totalitarie, non sia essa stessa un’ideologia totalitaria mascherata da democrazia liberale, in cui tutti sono liberi di fare quel che vogliono purché producano, consumino e ottemperino così alla propria funzione nella società di mercato? Siamo sicuri che le adunate calcistiche e le arene rock siano così lontane da quelle di Leni Riefenstahl? Perché vedere dei tizi grandi e grossi in uniforme che urlano su ritmi robotici e opprimenti suona così familiare?

Non sono in grado di dare alcuna risposta esauriente alle domande di cui sopra. Ma una cosa credo di averla capita: quello che i Laibach dimostrano essenzialmente è che la storia non è finita, che l’Occidente crede di aver sanato le sue oscenità, seppellendole sotto fiumi di frappuccino fair trade. Non è vero. Dobbiamo ancora fare i conti con il Novecento, e con i fiumi di sangue che scorrono carsici, nemeno troppo, sotto i nostri piedi.

Lune, dita, alte fedeltà

Sarà senz’altro meno peggio dell’emofilia, ma l’audiofilia rimane un’insidiosa patologia. Me ne sto accorgendo in queste settimane, dopo un upgrade del mio impianto. No, non è un pretesto per scrivere un poema epico su quest’ultimo, visto che avrei bisogno di ritirarmi in una log cabin su un fiordo norvegese per rendergli giustizia. È solo una considerazione indotta dal fatto che, da quando l’ho installato, non faccio altro che rivisitare la mia collezione a caso, senza altro criterio che la curiosità di paragonare i nuovi ascolti con quelli del passato.

La differenza è innegabile; e visto che l’impianto precedente non era esattamente un citofono, risulta chiaro che mi stia affacciando sull’orlo di un abisso: quello della riproducibilità impossibile del reale, il perno su cui si innesta l’industria intera dell’alta fedeltà e dei facoltosi tossicodipendenti che la sostengono. Com’era quel detto? Se il dito indica la luna, l’imbecille guarda il dito: ebbene, da giorni io sono quell’imbecille.

Il rischio è finire come quello che mi ha venduto l’impianto: giudicare i dischi in base alla qualità delle registrazioni. Pare assurdo, ma quando ci si abitua a sentire bene la fonte si sente anche quando in studio si è fatto un lavoro rabberciato. In questo caso, sentire meglio equivale a sentire peggio. Anche lasciando da parte il fatto che in moltissimi album di molti generi la cattiva registrazione è programmatica o quasi, al pari della incompleta padronanza tecnica dei musicisti, si rischia di incorrere in cocenti scoperte.

Ad esempio, che i primi dischi dei Genesis dell’era Gabriel fino a “The Lamb Lies Down on Broadway”, che scorrono nelle vene del sottoscritto (la prima cosa di mio gusto della sua collezione su cui mi fosse caduto l’occhio), hanno un suono davvero miserello. “Terrible recording!” proclamava inorridito il mio dealer, che quasi non voleva che quei suoni sporcassero le casse da quattordicimila Euro che gli avevo pregato di farmi ascoltare ,  con lo stesso spirito con cui ti faresti due passi nel parco di Windsor: fruire, con la disarmante consapevolezza che non si possiederà mai.

Anche se nemmeno i remaster riescono a redimere la pochezza audio di quei dischi fantastici se riascoltati Come Si  Deve, ciò naturalmente non toglie che restino alla base del mio emocromo al pari di altre sostanze; eppure, ora la loro aura è intaccata per sempre da questa nuova consapevolezza. Allo stesso tempo, vedo chiaramente affacciarsi un altro pericolo: quello di allontanarmi dal contenuto formale ed emotivo della musica alla ricerca del puro diletto sensoriale fornito dall’ascolto di un’informazione nitida. Una riproducibilità tecnica che, a forza di lucidarla, ammazza l’arte nelle nostre orecchie. Non significa che sia meglio ascoltare la musica male, come facciamo tutti i giorni attraverso le mille stupide cannule con le quali ci viene inoculata, basta non esagerare nell’altro senso. Continuare a guardare soprattutto la luna insomma, ma non  prima di aver scelto  bene il dito che ce la indichi.

Una cascata di diamanti

Il capriccio, il nonsenso, il gioco, l’enigma, una punta di Dada. Questo, e molto altro nella musica dei – per me – imprescindibili Cocteau Twins. Ascoltandoli (il loro suono mi ha sempre fatto pensare al rumore di un sacchetto di diamanti bruscamente rovesciato su una superficie metallica, ma non ho ancora avuto il piacere di verificare) mi sono posto sempre delle domande importanti. Manco a dirlo, come tutta la buona musica, sono bravissimi a domandare: a rispondere non ci provano nemmeno. Da anni voglio scrivere qualcosa che renda giustizia, se non a loro, alla passione che ho per loro e la voce di Liz Fraser. Ma siccome – come mille altre cose che avrei dovuto scrivere – ancora non l’ho fatto, mi limito a gettare sulla carta questo spunto a caso, mentre ascolto questo stesso pezzo che potete ascoltare anche voi. Mentre scrivevo altro, mi ha inchiodato: tutto il resto può aspettare questi dieci minuti.

Quando è finito, avvertimi

Nulla di più appropriato per esprimere il sentimento condiviso da migliaia di londinesi – tra cui il sottoscritto – di “Tell me when it’s over”, cavallo di battaglia dei Dream Syndicate, antiche creature di quella degnissima persona che è Steve Wynn, col quale ci siamo piacevolmente intrattenuti dopo un concerto, qualche mese fa.

Su cosa? Ma sul mercimonio surreale, ça va sans dire.

Will, Kate, do us a favour: quando è finito, svegliateci.

Una bella canzone

…come regalo natalizio per tutti coloro che si ostinano a capitare da queste parti ogni tanto. Loro si chiamano Jack Adaptor, alias Christopher Cordoba (music & words) e Paul Frederick (words & music), sono miei buoni amici e uno dei best kept secrets della capitale. Il pezzo si chiama “Burmah Gold”, dal loro prossimo album ancora inedito; accludo il testo evocativo di Paul, che ha a che vedere con la bulimia energetica dei nostri tempi e le catastrofi ad essa connesse.


Burmah Gold

thick fat tyres to run you down
and squash you like a beetle
a metal grille like teeth to bite
and grind you down to bonedust
little knowing
that the weaknesses are showing
now that the pipes are laid

the Burmah gold is flowing
is there gold in them there hills
remains the burning question
in vain prospectors chance their luck
encamped in tents of skin of stag and buck
they don’t notice that it’s snowing
now that the pipes are laid
the Burmah gold is flowing

is there enough to go around
can nature make a profit
the spills of black gold on the ground
are poison pools and no one wants to stop it
little knowing
with the folds of fortune growing
now that the pipes are laid
the Burmah gold is flowing
the Burmah gold is flowing 

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